22 LUG, 2026

Quali sono i migliori fondi e le strategie per investire in Emerging Markets? Nella sezione speciale della nostra rivista di luglio 2026 abbiamo raccolto le indicazioni di sei fund selector: oggi vediamo gli analisi di Roberta Rudelli, Mariano Gambaro e Davide Saccone.
Puoi leggere i commenti di Federica Nicolini, Massimo Ricatti e Andrea Favilla in questo articolo.

Orientarsi tra le obbligazioni dei mercati emergenti è piuttosto complicato per gli investitori, ci spiega Roberta Rudelli fund selector di UniCredit. Questo universo comprende obbligazioni in valuta locale emesse da 70 paesi, titoli in valuta forte emessi da circa 80 paesi, 1200 società emittenti oltre alle valute dei singoli paesi. Combinare tutte queste scelte in un portafoglio bilanciato in termini di rischio/rendimento è un lavoro per esperti del settore che analizzano il quadro macroeconomico dei singoli paesi, la situazione politica, le scelte delle banche centrali nonché la valutazione di ogni singolo titolo in termini di rendimento atteso, duration e rating.
In questa complessità preferiamo affidarci alla gestione attiva che è in grado di cogliere tutte le opportunità nei vari segmenti, senza il vincolo dover investire in titoli considerati poco interessanti ma pre- senti negli indici. Un fondo che ricalca perfettamente questa flessibilità è Morgan Stanley Emerging Market Debt Opportunities, disponibile in Europa dal 2019 ma che vanta un solido track record sin dal 2013. Il team di gestione, composto da 4 persone con 15 anni di esperienza in media, ha un approccio total- mente svincolato dal benchmark sebbene lo monitori costantemente per verificare che il fondo mantenga un profilo rischio/rendimento in linea con le caratteristiche di questo segmento di mercato. La scelta più importate è quella relativa ai paesi da inserire in portafoglio: la preferenza è per quelli interessati da cambiamenti strutturali che in futuro avranno migliori politiche fiscali e monetarie. Questi cambiamenti generano nel tempo una performance più elevata derivante dalle cedole incassate ma anche dall’aumento del prezzo dei titoli man mano che i miglioramenti si realizzano.
Considerando la vastità dell’universo investibile e la quantità di informazioni da analizzare, il team utilizza anche un sistema di machine learning sviluppato internamente 15 anni fa che, ogni 10 minuti, fornisce ai gestori informazioni e spunti di riflessione partendo dalle notizie pubblicate in ogni singolo paese nelle diverse lingue. Inoltre, gli analisti che operano sul campo visitano fino a 80 paesi all'anno per individuare potenziali problemi non ancora percepiti dal mercato o evidenziati dai dati macroeconomici. L’ese- cuzione delle operazioni, particolarmente importante in questi mercati dove possono verificarsi scostamenti importanti tra il prezzo di acquisto e quello di vendita dei titoli, è effettuata dal Trading Desk che comprende ben 16 persone dedicate ai soli mercati emergenti a garanzia di una maggior efficienza nei prezzi degli ese- guiti e quindi una maggiore performance di portafoglio.
La duration di portafoglio è flessibile: si può muovere tra 0 e 8 anni per i titoli governativi, tra 0 e 6 anni per le obbligazioni societarie mentre viene sempre azzerata la sensibilità alla curva governativa americana rendendo il fondo, di fatto, uno strumento “puro” per investire nei mercati emergenti.
Il fondo presenta un ottimo profilo rischio/rendimento in diversi orizzonti temporali rispetto ad altri strumenti della stessa categoria e, nonostante sulla carta il fondo possa avere un grado di rischio potenzialmente superiore ad altri, nella realtà, sia la volatilità che la massima perdita registrata sono stati, sino ad ora, inferiori.

Dopo un decennio di performance compresse e sot- to-allocazione strutturale, l'universo degli Emerging Markets (EM) sta vivendo una profonda metamorfosi. Non siamo più di fronte alla vecchia narrativa legata esclusivamente alle commodity; il motore attuale è guidato da solidi fondamentali, riforme e leadership tecnologica. In questi anni i mercati azionari emergenti hanno visto una profonda rotazione di paesi e settori, contribuendo a una crescita annualizzata degli utili aggregati del 6% annuo, che corrisponde perfettamente alla crescita del mercato stesso.
Oggi questo processo sta accelerando. L'elemento di discontinuità è la qualità degli utili societari: per i pro- ssimi due anni le stime indicano una crescita dei profitti vicina al 22% annuo, posizionando quest'area come la più dinamica a livello globale. Il principale catalizzatore è l'infrastruttura dell'Intelligenza Artificiale (IA). Hard- ware e componentistica risiedono qui: Taiwan e Corea del Sud sono l’epicentro di semiconduttori avanzati e memorie ad alta larghezza di banda (HBM), mentre Male- sia e Vietnam scalano la catena del valore nel packaging e assemblaggio hi-tech.
Al di fuori del tech, l'India mostra una crescita secolare trainata da consumi e digitalizzazione, e il Messico consolida i vantaggi del near-shoring. A supporto con- tribuiscono la gestione fiscale conservativa delle banche centrali emergenti, valutazioni a sconto e la stabilizza- zione del dollaro.
Nonostante i rischi geopolitici e tariffari, la diversificazione rende questa asset class una componente strategica imprescindibile per il prossimo decennio; per noi è un investimento CORE del portafoglio proposto.
Per cavalcare questo ciclo, abbiamo strutturato l'alloca- zione combinando flessibilità tattica, approccio value e diversificazione geografica:

Mentre l'attenzione degli investitori resta attratta dall’azionario americano e dall’intelligenza artificiale, un'intera asset class continua a offrire reddito ed un profilo di diversificazione lontano dai riflettori. Vale la pena chiedersi perché il debito dei mercati emergenti meriti, oggi, un sguardo più attento.
I fondamentali dei mercati emergenti restano solidi, ma il contesto attuale richiede selettività. La crescita ex-Cina è attesa intorno al 3% nel 2026, in lieve rallentamento dal 3,2% del 2025, con inflazione sotto controllo e rendimenti reali elevati. Sul debito pubblico il divario con i paesi sviluppati resta ampio: contro rapporti tra debito e PIL di oltre il 120% negli Stati Uniti e superiori al 230% in Giappone, l'aggregato EM ex-Cina si colloca intorno al 57%. Contestualmente, le banche centrali emer- genti mantengono un impianto ortodosso, mentre nel mondo sviluppato le pressioni fiscali e politiche iniziano a erodere la credibilità istituzionale.
Va inoltre considerato che il posizionamento dei principali allocatori sull'asset class resta ancora contenuto: nonostante flussi regolari — soste- nuti dalla ricerca di fonti di rendimento alternative e dalla volontà di maggiore diversificazione rispetto a un mercato molto concentrato su poche scom- messe — gli investimenti in mercati emergenti rimangono strutturalmente sottorappresentati. Non ultimo le caratteristiche intrinseche di questi paesi, spesso esportatori di materie prime e bene- ficiari di un dollaro debole che si trovano in una posizione favorevole in questo contesto di mercato.
Proprio questo divario — una asset class solida ma ancora poco detenuta — invita a guardarne da vicino i meriti concreti.
Il primo è il profilo rischio/rendimento. Su oltre vent'anni il debito emergente ha offerto un rendimento corretto per il rischio interessante con drawdown inferiori ad altri "risky assets" come l'azionario globale: un modo efficiente di generare rendimento con una volatilità contenuta. Rispetto al credito high yield, invece, la correlazione tende a crescere considerevolmente nelle fasi di stress ed è un elemento da calibrare attentamente.
Il secondo, in base alle scelte che possono essere fatte in questa asset class è la gestione attiva ed unconstrained che permette al gestore di sfruttare tutte le inefficienze di un mercato così complesso, frammentato e guidato da dinamiche di politica monetaria e fiscale che possono viaggiare a velocità diverse in paesi diversi.