
6 LUG, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Il 2026 si è aperto con un livello di incertezza geopolitica che gli investitori istituzionali non avevano preventivato nei modelli di allocazione degli ultimi anni. Tra i fattori scatenanti, lo scoppio della guerra in Iran tra aprile e maggio ha spinto molte case di investimento a rivedere in corsa le proprie ipotesi di rischio geopolitico.
In questo contesto, l'89% degli investitori italiani (contro l'85% a livello globale) si attende una maggiore volatilità dei mercati nei prossimi 12 mesi. La conseguenza diretta è una ricerca più esplicita di resilienza e diversificazione nella costruzione dei portafogli, con la gestione attiva che torna a occupare un ruolo centrale nelle scelte di asset allocation.
I dati emergono dalla Global Investor Insights Survey (GIIS) 2026 di Schroders, condotta da CoreData Research tra aprile e maggio 2026 su 1.025 investitori istituzionali e wealth manager con funzione di selezione e allocazione ("gatekeeper"), per un totale di 72.000 miliardi di dollari di asset in gestione. Il campione comprende fondi pensione, compagnie assicurative, single family office, fondazioni, endowment, istituzioni pubbliche e intermediari di wealth management, distribuiti tra Nord America (282), Europa esclusa UK (288), Regno Unito (135), area Asia-Pacifico (245), America Centrale e Meridionale (45) e Medio Oriente e Sudafrica (30).
Le preoccupazioni geopolitiche principali per gli investitori italiani sono l'incertezza sulla politica estera e sulla leadership globale degli Stati Uniti (81% Italia contro 67% a livello globale) e il conflitto in Medio Oriente (66% Italia contro 69% a livello globale). Seguono lo shock sui prezzi di materie prime ed energia (74% Italia contro 53% a livello globale), il rischio di rallentamento economico o recessione (60% Italia contro 50% a livello globale) e un'ulteriore escalation geopolitica (36% Italia contro 52% a livello globale).
Di conseguenza, la diversificazione è la priorità numero uno nella costruzione dei portafogli per il 89% degli investitori italiani (contro l'84% a livello globale), seguita dalla protezione dai ribassi e dalla preservazione del capitale (79% Italia contro 83% a livello globale). Quasi la metà del campione, il 45% in Italia e il 47% a livello globale, dichiara di aumentare la diversificazione geografica al di fuori degli Stati Uniti.
In un contesto di incertezza crescente, la fiducia nella gestione attiva si rafforza in modo netto, soprattutto in Italia. Il 94% degli investitori italiani, contro l'85% a livello globale, ritiene che la gestione attiva possa contribuire al raggiungimento degli obiettivi di investimento nei prossimi 12-18 mesi. Le ragioni indicate sono tre: la capacità di cogliere opportunità di extra-rendimento, la flessibilità nell'affrontare l'incertezza e la gestione del rischio di concentrazione nei mercati azionari.
Circa un terzo degli investitori, il 30% in Italia e il 38% a livello globale, dichiara inoltre di aumentare l'esposizione alla gestione attiva specificamente per ridurre il rischio di concentrazione degli indici, un tema che negli ultimi anni ha guadagnato peso via via che i principali benchmark azionari globali si sono concentrati su un numero ristretto di titoli.
Johanna Kyrklund, Group Chief Investment Officer, Schroders, collega questa fiducia al passaggio da un regime di mercato all'altro: "siamo passati da un mondo globalizzato soggetto a shock deflazionistici, a un mondo geopoliticamente frammentato". Secondo Kyrklund, la capacità di essere selettivi, gestire il rischio e reagire dinamicamente a condizioni di mercato in rapida evoluzione rappresenta il vantaggio competitivo dei gestori attivi in un contesto più instabile. La manager sottolinea inoltre che l'85% degli investitori a livello globale esprime fiducia nella capacità dei gestori attivi di raggiungere questi obiettivi nell'orizzonte 12-18 mesi.
Gli ETF attivi guadagnano slancio come strumento complementare alla gestione attiva tradizionale. Il 49% degli investitori li considera utili per favorire la diversificazione, il 40% in Italia (contro il 33% a livello globale) per migliorare la gestione del rischio e il 30% in Italia (contro il 42% a livello globale) per implementare posizionamenti satellite o tattici.
Il costo inferiore rispetto ai fondi attivi tradizionali resta l'elemento di attrattività principale, indicato dal 72% degli investitori italiani e dal 70% a livello globale. Seguono la liquidità infragiornaliera e la flessibilità di negoziazione (51%), una maggiore trasparenza del portafoglio (43% Italia contro 41% a livello globale) e una migliore liquidità sul mercato secondario (42% Italia contro 43% a livello globale).
Alla domanda su dove l'expertise della gestione attiva sia più valorizzata all'interno della struttura ETF, gli investitori italiani indicano le azioni dei mercati emergenti (55% contro il 35% a livello globale), le strategie tematiche o settoriali (43% contro il 34% a livello globale) e le azioni small e mid cap (38% contro il 37% a livello globale).
Gli investitori stanno inoltre superando la separazione tradizionale tra mercati azionari pubblici e privati. Il 40% degli investitori italiani (contro il 50% a livello globale) valuta oggi congiuntamente le opportunità offerte da public equity e private equity, anziché attraverso modelli di allocazione separati, associando le strategie a obiettivi specifici di portafoglio piuttosto che a un blocco omogeneo.
Le strategie azionarie attive basate sui fondamentali (67% Italia contro 71% a livello globale), le strategie small e mid cap (63% Italia contro 65% a livello globale), le operazioni di buyout large cap (41% contro il 62% a livello globale) e il private equity small-mid cap (41% Italia contro 59% a livello globale) sono considerate centrali per la crescita di lungo periodo.
Le strategie azionarie orientate a dividendi o reddito (56% Italia contro 74% a livello globale), gli approcci long/short o market neutral (31% Italia contro 33% a livello globale) e le strategie multi-asset (47% Italia contro il 31% a livello globale) sono invece viste come strumenti di generazione di reddito. Nel private equity, il 47% degli investitori italiani e il 61% a livello globale individua nel growth capital e nel venture capital le principali opportunità di crescita del capitale nel lungo periodo. Il 57% degli investitori italiani (contro il 60% a livello globale) che utilizza strategie azionarie regionali o geografiche indica l'incertezza macroeconomica e geopolitica come una delle principali sfide nei processi di allocazione.
Sul fronte del reddito, le cinque asset class preferite per generare income corretto per il rischio nei prossimi 12-18 mesi risultano ravvicinate tra loro: titoli di Stato diversificati (51% Italia contro 38% a livello globale), strategie azionarie orientate al reddito (49% Italia contro 43% a livello globale), high yield (35% Italia contro 32% a livello globale), obbligazioni societarie quotate (31% contro 35% a livello globale) e credito cartolarizzato/asset-backed (24% Italia contro 32% a livello globale).
Anche le allocazioni al credito si stanno spostando verso una combinazione più ampia di flussi di cassa, diversificazione e opportunità di rendimento, sia nei mercati pubblici sia in quelli privati.
Nel credito quotato, oltre la metà degli investitori (50% Italia contro 55% a livello globale) individua nelle obbligazioni corporate investment grade una fonte affidabile di rendimento reale. Il 44% degli investitori italiani e il 61% a livello globale identifica invece le obbligazioni high yield come generatrici di alpha, insieme al 43% Italia e 62% globale che attribuisce lo stesso ruolo al credito distressed/special situations, e a un ulteriore 41% Italia contro 61% globale che lo riconosce al debito dei mercati emergenti.
Il private credit continua ad attrarre interesse tra gli investitori alla ricerca di fonti diversificate di reddito. Tra chi è attivo in queste asset class, il direct lending è considerato in egual misura fonte di alpha (38% Italia contro 44% a livello globale) e di income affidabile (33% Italia contro 44% a livello globale), mentre il private credit investment grade è percepito come fonte di rendimento stabile e prevedibile dal 48% del campione. La resilienza del capitale emerge come obiettivo chiave per il 31% degli investitori italiani (contro il 39% a livello globale) nel debito immobiliare e per il 28% (contro il 39% a livello globale) nel debito infrastrutturale.
Chiudendo l'indagine, Kyrklund osserva che la diversificazione tra aree geografiche, asset class, stili e veicoli d'investimento sta diventando sempre più rilevante per gestire il rischio, e che un approccio olistico agli asset pubblici e privati sta ridefinendo la costruzione di portafoglio secondo una logica di Total Portfolio Approach, che guadagna terreno rispetto ai benchmark tradizionali.