
2 FEB, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Donald Trump ha annunciato che Kevin Warsh sostituirà Jerome Powell alla guida della Federal Reserve. Un passaggio di testimone che, per gli investitori, non è solo simbolico: può significare un cambio nel modo in cui la Fed gestirà tassi, liquidità e bilancio.
Warsh non è un nome nuovo: ha già fatto parte del board della Fed e ha attraversato un momento cruciale della storia finanziaria americana. Kevin Thozet, membro dell’Investment Committee di Carmignac, evidenzia il profilo istituzionale del candidato: "Warsh vanta credenziali di tutto rispetto". In particolare, Thozet ricorda il suo ruolo durante la crisi: "da governatore della Fed durante la crisi finanziaria globale, ha svolto un ruolo chiave" e aggiunge che la sua capacità di relazione con la politica è stata riconosciuta ai massimi livelli: "è stato elogiato da Ben Bernanke per aver mantenuto un dialogo costruttivo tra la Federal Reserve e il Congresso".
Ma oltre alle credenziali, conta soprattutto la sua impostazione. Thozet (Carmignac) sottolinea che Warsh ha mostrato una postura restrittiva sull’inflazione e porta un esempio che i mercati conoscono bene: "durante il suo mandato (2006-2011), Warsh ha mantenuto una posizione da 'falco' sull’inflazione fino alla fine del 2009", nonostante un quadro macro estremamente debole.
Anche Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, rafforza questa lettura ricordando la sua diffidenza verso le politiche non convenzionali: "durante la crisi finanziaria globale, infatti, aveva espresso forti perplessità sull’ampio ricorso al quantitative easing", perché temeva "le conseguenze inflazionistiche".
Infine, c’è il tema politico. Jack Janasiewicz (Natixis IM Solutions) spiega che molti investitori lo vedono vicino a Trump: "gli investitori considerano Warsh un fedele seguace di Trump", perché "di recente ha espresso opinioni sulla politica monetaria che coincidono con quelle di Trump". Tuttavia, Janasiewicz mette un paletto importante: "il successore scelto è stato un falco di politica monetaria per gran parte della sua carriera".
Il cuore della questione è il mix di politiche: Warsh potrebbe essere meno disposto a sostenere i mercati con il bilancio e più propenso a far lavorare il “prezzo del denaro” sul tratto breve della curva.
Secondo Thozet (Carmignac), Warsh potrebbe spingere per una normalizzazione dei tassi nel 2026: Ma l’obiettivo non sarebbe un sostegno generalizzato ai mercati, bensì all’economia reale.
In altre parole, la strategia sarebbe mirata: "allentare il tratto breve della curva, non il bilancio". Una distinzione fondamentale perché cambia il modo in cui la politica monetaria si trasmette a credito, consumi e investimenti.
Moneyfarm è però più cauta sulle aspettative di un taglio forte e rapido. Flax avverte: "non è affatto scontato che Warsh sostenga un allentamento monetario aggressivo".
Qui sta probabilmente la vera discontinuità. Janasiewicz (Natixis IM Solutions) evidenzia che tra i cambiamenti proposti da Warsh emerge un punto preciso: "una riduzione aggressiva delle dimensioni del bilancio della Fed".
Thozet (Carmignac) spiega la filosofia che c’è dietro: Warsh sostiene che "il quantitative easing e un bilancio eccessivamente ampio favoriscano Wall Street a discapito di Main Street", gonfiando i prezzi degli asset senza migliorare davvero le condizioni di credito per famiglie e PMI. E precisa anche il suo schema interpretativo: "il QE comprime i rendimenti a lungo termine, ma lascia sostanzialmente invariate le condizioni di finanziamento a breve termine".
Se la Fed taglia il breve ma riduce il bilancio, la curva può cambiare forma. Thozet (Carmignac) lo sintetizza così: "l’implicazione sarebbe una curva dei rendimenti statunitense più ripida".
Il meccanismo è chiaro: "i tassi a breve sarebbero ancorati dai tagli dei tassi di policy", mentre sul lungo termine potrebbe prevalere la dinamica di mercato: "i rendimenti a lungo termine potrebbero crescere a livelli determinati dal mercato", in un contesto segnato da "pressioni inflazionistiche persistenti, disavanzi fiscali elevati e un’offerta di Treasury ancora significativa".
Il rischio maggiore riguarda la liquidità complessiva. Thozet (Carmignac) avverte che "la riduzione del bilancio in una fase di ampi deficit fiscali implica una maggiore emissione netta che i mercati devono assorbire", e tutto ciò avviene "in un contesto di liquidità già fragile".
Non è un dettaglio tecnico: Thozet cita segnali concreti di stress: "i segnali di tensione nei mercati dei pronti contro termine (repo) e le ricorrenti difficoltà di funding". E conclude che questa combinazione potrebbe pesare sul rischio: "una politica di bilancio meno di supporto potrebbe pesare su azioni e altri asset rischiosi".
Infine, se la Fed risultasse meno accomodante del previsto, anche il cambio può reagire. Flax (Moneyfarm) sottolinea che alcuni operatori leggono la sua guida come scenario da tassi più alti: "uno scenario associato a tassi di policy leggermente più elevati e a un dollaro potenzialmente più forte".
Resta l’incognita politica-istituzionale. Flax (Moneyfarm) ricorda che il rapporto tra Fed e amministrazione USA è stato difficile: "negli ultimi dodici mesi, il rapporto tra la Fed e l’amministrazione statunitense è stato complesso", anche per "le pressioni politiche a favore di tassi più bassi".
Da qui il timore di un’erosione dell’autonomia: "alcuni investitori temono una progressiva erosione di tale autonomia". Per questo, conclude Flax, il passaggio decisivo sarà la conferma formale: "la conferma da parte del Senato sarà un momento chiave per chiarire le sue posizioni".