
28 LUG, 2025
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Dopo mesi di crescente tensione, minacce di escalation tariffaria e incertezza per le imprese, Stati Uniti e Unione Europea hanno trovato un accordo commerciale che fissa un dazio base del 15% sulle esportazioni europee. Una soluzione che, sebbene lontana dalle condizioni pre-crisi, viene accolta dai mercati come un sollievo, ma che solleva dubbi sulla convenienza strategica per l’Europa.
Il nuovo patto commerciale tra Washington e Bruxelles prevede una tariffa uniforme del 15% su beni europei esportati negli Stati Uniti, sostituendo un panorama potenzialmente molto più drammatico di dazi fino al 30% o superiori. Sebbene il livello attuale sia ben più alto dell’1,5% medio che precedeva la guerra commerciale, per alcuni osservatori la firma dell’accordo rappresenta un male necessario.
Secondo Michael Metcalfe, Head of Macro Strategy di State Street Global Markets, l’accordo segna una riduzione significativa del rischio sistemico: “L’annuncio […] elimina una delle principali fonti di incertezza per i mercati”, dice. Inoltre, Metcalfe prevede un effetto calmierante sulle politiche tariffarie americane: “L’accordo con l’Europa rende più probabile che il tasso tariffario effettivo degli Stati Uniti si stabilizzi infine nella fascia tra il 15% e il 20%, piuttosto che ai livelli superiori al 25% osservati all’inizio dell’anno.”
Più critica è la posizione di Apolline Menut, economista di Carmignac, secondo cui il patto rappresenta una resa geopolitica mascherata: “Quella che appare come una capitolazione dell’UE merita un’analisi più approfondita”. Menut sostiene che l’UE ha accettato condizioni sfavorevoli per evitare uno scontro frontale con una superpotenza su cui dipende economicamente e militarmente: “Intraprendere una guerra commerciale che non potevamo vincere sarebbe stato un errore strategico nel lungo periodo, dettato da un miope inseguimento di vantaggi economici immediati.”
In questo contesto, la logica che ha guidato Bruxelles è più strategica che economica: “Possiamo considerare questi 15 punti percentuali di dazi come un premio assicurativo geopolitico contro la Russia”, afferma Menut. Il blocco europeo ha infatti strappato, grazie alla diplomazia, un impegno americano a proseguire il sostegno militare all’Ucraina, un elemento che ha pesato nella decisione finale: “Il blocco ha già accettato un aumento della spesa NATO, abbracciando l’obiettivo — un tempo tabù — del 5% del PIL.”
Tuttavia, l’accordo non è privo di salvaguardie. Come fa notare Menut, “l’Europa è riuscita a proteggere alcuni settori chiave dai dazi settoriali più gravosi”, come l’automotive, i semiconduttori e i farmaci. Il patto, quindi, ha ridotto la pressione sulle supply chain europee.
Nonostante il dazio del 15%, i mercati hanno reagito con ottimismo. Secondo Howard Woodward, co-portfolio manager Euro Corporate Bond Strategy presso T. Rowe Price, “i mercati europei del credito hanno reagito positivamente, con spread in calo generalizzato.” Questo perché, in finanza, la certezza — anche se relativa — è preferibile all’ambiguità: “I mercati prosperano sulla certezza e, sebbene questo accordo sia indubbiamente negativo per gli esportatori europei rispetto alle condizioni di inizio anno, è ‘meno negativo’ di quanto previsto dai nostri economisti.”
Woodward sottolinea inoltre che l’accordo fornisce chiarezza alle imprese europee: “Questo sviluppo offre una certa chiarezza agli emittenti europei, anche se molti dettagli devono ancora essere definiti.” Le case automobilistiche, ad esempio, stanno ancora trattando.
Nel breve termine, l’impatto sui consumatori statunitensi sarà minimo, ma alcune aziende stanno già pianificando aumenti di prezzo per compensare i dazi.
Anche Michael Metcalfe osserva un miglioramento del sentiment tra gli investitori, notando che “le notizie relative alle tariffe hanno avuto un impatto episodico sia sui mercati valutari sia su quelli azionari negli ultimi nove mesi. Più di recente, sono tornate a essere un motore più rilevante della performance azionaria.” Inoltre, evidenzia un’inversione di tendenza negli investimenti globali: “La domanda estera di azioni statunitensi ha iniziato ad attenuarsi rispetto ai peer globali.” In questo scenario, l’Europa potrebbe tornare attrattiva.
L’accordo commerciale tra UE e USA non rappresenta una svolta in senso stretto, ma piuttosto un’operazione di “contenimento dei danni”, come la definisce Apolline Menut: “Non si tratta di una svolta commerciale, ma di un’operazione di contenimento dei danni, nel nome del pragmatismo diplomatico.” Le promesse di investimenti miliardari e importazioni energetiche dagli Stati Uniti, osserva, sono da prendere con cautela: “Le proiezioni energetiche, in particolare, risultano poco credibili: ai prezzi attuali, anche saturando le esportazioni statunitensi, si arriverebbe a malapena a 150 miliardi di dollari — ben lontani dai 250 miliardi sbandierati dalla Von der Leyen.”
In definitiva, anche se l’Europa ha dovuto accettare condizioni commerciali penalizzanti, l’accordo consente di guadagnare tempo e stabilità in un contesto internazionale sempre più incerto. Una tregua imperfetta, sì — ma forse l’unica possibile.