
9 GIU, 2026

Da quando è iniziato il conflitto tra Iran e Stati Uniti, la maggior parte degli asset manager, tra cui anche Ofi Invest AM, ha dichiarato che lo shock energetico nato dalla guerra avrebbe avuto un impatto passeggero se la situazione si fosse risolta entro giugno. Ebbene, giugno è iniziato ormai da più di una settimana, lo Stretto di Hormuz è chiuso da tre mesi e le conseguenze sull’economia europea appaiono sempre più chiare.
I report dell’ultimo trimestre hanno indicato un generale rallentamento, con le prospettive per il resto dell’anno che sono state riviste al ribasso, sia per quanto riguarda l’attività economica, sia per l'occupazione e gli investimenti, a cui si aggiunge un calo della spesa delle famiglie per beni durevoli e condizioni di credito più rigide imposte dagli istituti di credito. A nostro avviso, i dati futuri indicheranno che l'attività economica nell’Area Euro entrerà in una situazione di stallo in questo secondo trimestre, quando il conflitto avrà naturalmente un impatto maggiore rispetto al primo trimestre. Finché il potere d'acquisto rimarrà sotto pressione, lo sarà anche la spesa dei consumatori, e una tale incertezza prolungata tende a frenare gli investimenti. Il piano di stimolo tedesco è il principale fattore di sostegno alla crescita economica nel 2026, ma non sembra che il suo apporto finora sia stato degno di nota, tanto che le stime sulla crescita dell’Eurozona si attestano ora allo 0,6%, ben lontane dall’1% di inizio anno.
La crisi energetica ha chiaramente avuto ripercussioni anche sull’inflazione, che a maggio è cresciuta dello 0,2% rispetto ad aprile, attestandosi al 3,2%. Tuttavia, quest’ultima è stata colpita anche dal prezzo più alto del leisure e dei trasporti; un rialzo che ha completamente annullato i progressi fatti sulla componente dei servizi, che dal 3% è tornata al 3,5%. I prezzi dell'energia sono aumentati ben oltre le aspettative, suggerendo un'inflazione media intorno al 3% quest'anno, ciò ha portato la Banca Centrale Europea a dirsi possibilista per un aumento dei tassi di interesse di 25 punti base, che dovrebbe concretizzarsi proprio nel meeting di questa settimana e che sarà probabilmente seguito da un altro nei mesi successivi. Tuttavia, una simile decisione non sarebbe poi così "costosa", poiché i tassi di interesse chiave al 2,25% o al 2,50% rientrerebbero nell'intervallo delle stime neutrali. Inoltre, la Bce aveva già inserito due possibili aumenti nelle sue previsioni di marzo. Se però lo stallo nello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi ancora a lungo, arrivando a una carenza tale di commodity che richiederebbe il razionamento, allora l’impatto sulla crescita e sull'inflazione si farebbe più serio.
Meno grave è invece il quadro statunitense, dove la spesa dei consumatori ha tenuto grazie ai rimborsi delle tasse e nonostante la perdita di potere d’acquisto. Tuttavia, quando questo effetto positivo si sarà esaurito, i cittadini Usa si troveranno comunque ad avere a che fare con un prezzo del greggio elevato, che potrebbe andare a contrarre la spesa delle famiglie americane, soprattutto ora che il tasso di risparmio si attesta molto al di sotto delle media storica (2,6% contro 5%). In ogni caso, l’economia in generale potrebbe compensare il freno ai consumi attraverso gli investimenti, soprattutto quelli in intelligenza artificiale, che non danno segnali di cedimento e che potrebbero portare l’economia degli Stati Uniti al tasso di crescita potenziale stimato, pari al 2%.
Con una crescita economica resiliente e l’inflazione che per il mese di maggio sarà calcolata probabilmente oltre al 4%, lo scenario più probabile per gli Usa è che i tassi di interesse di riferimento restino invariati nei prossimi mesi, come molte Fed locali hanno preannunciato nei loro FOMC.