
Aggiornato:
22 DIC, 2025
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Il cibo ha il potere di evocare emozioni e ricordi profondi, trasportandoci indietro nel tempo a momenti speciali della nostra vita. Le ricette di famiglia, i piatti tradizionali e le pietanze che abbiamo condiviso con le persone care possono diventare vere e proprie chiavi per accedere ai nostri ricordi più cari.
Quindi, quale momento migliore del Natale per scoprire alcune di queste ricette così speciali?
Due professionisti del settore dell’asset management condividono con noi le ricette che per loro rappresentano un legame indissolubile con il passato, rievocando momenti di gioia, amore e condivisione.

Il mio piatto del cuore è il baccalà alla gualanina, una ricetta tipica dell’Irpinia che porta il mare in tavola.
Le origini del piatto risalgono all’800, quando le donne preparavano, in occasioni speciali come il Natale, il pranzo per i gualani, i contadini che lavoravano nei campi; in dialetto lo si chiama anche baccalà alla ualanegna.
La diffusione baccalà nel sud Italia, risale al periodo del commercio delle Repubbliche Marinare con il Nord Europa e sino alla metà del secolo scorso, il pesce conservato sotto sale era l’unico modo che le popolazioni appenniniche avevano per poter mangiare del pescato in un territorio montuoso e lontano dal mare.
Gli ingredienti fondamentali per questa ricetta, oltre che dell’ottimo baccalà, sono l’olio extravergine di oliva, l’aglio, i peperoni cruschi ed il rispetto della tradizione.
Il piatto riscosse molto successo non solo perché era a basso costo ed accessibile a tutti, ma anche perché si poteva mangiare durante i periodi di magro imposti dalla religione cattolica, come la Quaresima.
La ricetta, esempio di cucina povera, esalta ingredienti semplici e genuini, ma dal gusto deciso e l’unione tra il baccalà morbido e “sfogliato” ed i peperoni cruschi croccanti crea un contrasto di consistenze che esplodono nel palato.
Questo piatto arriva da lontano e racchiude in sé il lavoro duro, la tenacia e racconta lo scontro/incontro tra due mondi diversi, il mare e la montagna.
Mi capita spesso di pensare a quelle persone che lavoravano duramente nei campi ed avevano il rispetto/timore per la natura e che conoscevano bene la dinamica della semina, del tempo che matura le cose e della raccolta; questo concetto dovrebbe essere rispettato ed applicato anche oggi, epoca in cui tutti vogliamo tutto e subito con un click.
Il baccalà alla ualanegna è diventato un piatto simbolo della nostra identità, rappresenta l’unione di culture diverse e si prepara, ancora come una volta, nelle occasioni speciali dove si sente il calore ed il frastuono di bambini, genitori nonni… che assieme fanno famiglia.
Per rendere indimenticabile questo piatto, è necessario essere in buona compagnia e degustare un buon bicchiere di vino rosso, meglio se irpino.
Ed ovviamente, ricordatevi di aprire porte e finestre per far sentire l’odore ai vicini di casa ed ai passanti perché, non dimenticatelo mai, ogni buon piatto deve smuovere ognuno dei cinque sensi.
Buon appetito!

Devo confessare che conosco poche ricette, perché mi piace molto mangiare, ma decisamente non mi piace cucinare. Le poche che conosco, tuttavia, mi riportano tutte bellissimi ricordi, perché si riferiscono agli anni della mia infanzia, spensierati e sereni. Questi ricordi culinari sono legati alla mia nonna materna, Linda, che viveva insieme a noi. Una delle sue ricette, in particolare, mi ha sempre entusiasmato: quella della “torta di papina”, un dolce tipico lombardo che, con la sensibilità di oggi, possiamo ben definire un perfetto esempio di economia circolare e di lotta allo spreco. Tra le tante cose che ho appreso vivendo fianco a fianco con una donna che era dovuta passare in mezzo a ben due Guerre Mondiali vi era, infatti, che buttare il cibo era un peccato (e dovrebbe esserlo ancora oggi) e che quanto avanzava si poteva recuperare in maniera anche molto gustosa.
Ripensare oggi a questa ricetta mi riporta, in un attimo, ai nostri pomeriggi in cucina: terminati i compiti, quello della merenda era un nostro rituale quotidiano. La nonna mi chiamava in cucina e insieme ci divertivamo a preparare qualcosa di dolce da accompagnare al nostro tè o ad un caffè. La torta di papina nasceva dall’intento di utilizzare il pane raffermo: si prendevano le michette ormai seccate ed appositamente conservate in un bel sacchetto di carta. Si tagliavano a pezzettini piccoli e si metteva il tutto a bagno nel latte per una notte intera. L’indomani si aggiungevano uova, zucchero, cacao (questo prevedeva la ricetta originale) e, chicca degli anni del benessere, anche degli amaretti sbriciolati e dei pinoli. In teoria la ricetta prevedeva anche dell’uvetta, ma all’epoca ne avevo avversità (la scartavo anche dal panettone). Un po' di lievito e un’ora di cottura nel forno. Dosi mai sapute: si faceva tutto a occhio! Mentre la nostra torta cresceva lentamente in forno, mi divertivo a raccogliere ogni residuo di impasto: una crema al cioccolato, autentica delizia per il palato. Nel frattempo, la cucina si riempiva di un irresistibile profumo, preludio di un dolce perfetto.
In Lombardia, la torta di papina, conosciuta anche come “torta paesana” o “torta paciarella”, è ancora oggi il dolce simbolo delle feste di paese. Una ricetta semplice nella preparazione, ma dal gusto autentico e irresistibile.