
25 GIU, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

La Commissione europea ha proposto il 4 marzo 2026 l'Industrial Accelerator Act (IAA), un regolamento che punta a portare il manifatturiero europeo al 20% del PIL UE entro il 2035. L'iter legislativo è ancora in corso presso il Parlamento europeo e il Consiglio dell'UE: il fascicolo è stato assegnato congiuntamente alla commissione per l'Industria, la Ricerca e l'Energia (ITRE), alla commissione per il Mercato interno e la protezione dei consumatori (IMCO) e alla commissione per il Commercio internazionale (INTA) del Parlamento europeo. Il passo successivo è la nomina dei relatori e la preparazione del rapporto congiunto.
Per chi investe in infrastrutture, il provvedimento introduce tre leve concrete: zone di accelerazione industriale con permitting semplificato, requisiti di contenuto a basse emissioni per acciaio, cemento e alluminio negli appalti pubblici, e obblighi di pianificazione energetica nelle aree designate. Le opportunità esistono... ma i rischi di esecuzione sono reali.
Dal 2000 al 2024, la quota del valore aggiunto manifatturiero sul PIL dell'UE è scesa dal 17% al 14%. È questo il punto di partenza che ha spinto la Commissione von der Leyen a proporre il primo strumento organico di politica industriale attiva che l'Unione abbia mai adottato a livello regolatorio.
La proposta combina in un unico pacchetto regolatorio politica industriale, ambizione climatica e strumenti di sicurezza economica, per orientare investimenti e domanda attraverso catene del valore strategiche. L'obiettivo dichiarato è aumentare la quota del manifatturiero industriale al 20% del PIL UE entro il 2035, rispetto al 14,3% del 2024.
L'IAA si inserisce in una sequenza di policy più ampia, che include il Clean Industrial Deal (piano della Commissione del 2025 per accelerare la decarbonizzazione del manifatturiero) e il Competitiveness Compass (la bussola strategica dell'UE per recuperare terreno competitivo rispetto a USA e Cina). Non è uno strumento isolato: è il tassello operativo di un disegno politico che ha già orientato miliardi di euro di sussidi attraverso il Net-Zero Industry Act, il regolamento UE del 2024 che ha accelerato il permitting per le tecnologie a zero emissioni.
Il meccanismo con l'impatto più diretto sulle infrastrutture fisiche è la creazione delle Industrial Manufacturing Acceleration Zones, zone geografiche dedicate in cui il manifatturiero strategico riceve un trattamento privilegiato in termini autorizzativi e finanziari.
Gli Stati membri dovranno designare almeno una zona di accelerazione manifatturiera, pensata per aggregare progetti industriali con permitting accelerato, accesso facilitato ai finanziamenti, supporto alla R&S e sviluppo di ecosistemi di innovazione. I criteri di designazione includono:
All'interno di ciascuna area, gli Stati membri dovranno adottare un "permesso di base aggregato" che copre le autorizzazioni comuni alle attività industriali pianificate, limitando la procedura specifica per ogni progetto alle sole autorizzazioni residuali.
Nelle zone di accelerazione, gli Stati devono condurre un'analisi completa dei fabbisogni energetici e garantire che i piani di sviluppo delle reti li riflettano, oltre a supportare lo sviluppo delle competenze e la formazione della forza lavoro. Questo crea un obbligo di pianificazione infrastrutturale automatica: ogni zona designata genera domanda di nuove connessioni alla rete elettrica, potenziamento della capacità distributiva e, nella maggior parte dei casi, infrastrutture idriche e logistiche collegate.
Per i gestori di fondi infrastrutturali, la designazione delle zone è il segnale geografico più rilevante: indica dove si concentrerà la domanda pubblica e privata di capex industriale nel decennio 2026-2035.
L'IAA promette di ridurre i tempi di autorizzazione per i grandi progetti industriali. Il punto di partenza è il NZIA (Net-Zero Industry Act), il regolamento europeo entrato in vigore nel giugno 2024 che ha introdotto tempistiche massime obbligatorie per i progetti di tecnologie a zero emissioni: 12 mesi per capacità inferiore a 1 GW e 18 mesi per progetti sopra tale soglia. L'IAA estende queste disposizioni di permitting semplificato, comprese le finestre temporali massime e i punti di contatto unici, a tutti i progetti di decarbonizzazione nelle industrie ad alta intensità energetica: quelli che riducono significativamente e in modo permanente le emissioni di CO2 da impianti di acciaio, cemento, chimica e alluminio.
Il rischio, però, è documentato. La proliferazione di framework di accelerazione settoriali, ciascuno con propri ambiti, tempistiche e procedure di valutazione ambientale, rischia di produrre esattamente la frammentazione che questi strumenti intendono eliminare. Per i promotori di progetto e le autorità competenti, la sfida non è più l'assenza di regole di permitting accelerato, ma la loro molteplicità.
L'IAA si sovrappone a NZIA, al Single Digital Gateway (lo sportello unico digitale UE per procedure amministrative transfrontaliere) e al Grids Package (il pacchetto normativo europeo per lo sviluppo accelerato delle reti elettriche), tutti ancora in fase di negoziazione o implementazione. Se attuato efficacemente dagli Stati membri, il provvedimento potrebbe ridurre significativamente i tempi di realizzazione dei progetti. Se l'esecuzione è frammentata, il rischio è l'opposto.
In Italia il problema è strutturale. La realizzazione di nuovi impianti rinnovabili è stata rallentata da procedure autorizzative lunghe e da incertezze normative legate alla pianificazione territoriale, nonostante il forte interesse degli investitori evidenziato dalla partecipazione alle recenti aste per le rinnovabili. L'IAA offre una cornice favorevole, ma non sostituisce la capacità amministrativa degli enti locali né riduce la litigiosità sui piani territoriali.
Il secondo impatto diretto riguarda la catena di fornitura delle opere pubbliche. L'IAA introduce requisiti di basso contenuto di carbonio per acciaio, cemento e alluminio utilizzati in edifici, infrastrutture e trasporti nell'ambito degli appalti pubblici e dei regimi di sostegno pubblico, con l'obiettivo di creare mercati di riferimento per i prodotti industriali europei a ridotto impatto climatico.
Le soglie sono operative e fissate con precisione. A partire dal 1° gennaio 2029, i progetti di costruzione, infrastrutture e veicoli finanziati con fondi pubblici dovranno soddisfare requisiti minimi di contenuto a basse emissioni:
Per i gestori di fondi che investono in real asset o infrastrutture fisiche, questa è la misura con l'impatto più immediato sul rendimento atteso dei progetti. Ogni grande opera pubblica europea che utilizzerà acciaio, cemento o alluminio dovrà rispettare criteri di contenuto verificabili attraverso il Regolamento europeo sui prodotti da costruzione (Regulation EU 2024/3110), il quadro normativo che stabilisce le regole per la commercializzazione dei prodotti da costruzione nel mercato interno.
Per l'Italia esiste un vantaggio competitivo concreto. Circa l'85% della produzione nazionale di acciaio proviene da rottame attraverso forni elettrici (tecnologia Electric Arc Furnace, considerata a basse emissioni). Un quadro europeo che valorizzi questo tipo di materiali potrebbe rafforzare un vantaggio competitivo già esistente, favorendo il posizionamento dell'Italia come attore di riferimento nello sviluppo di mercati per l'industria a basse emissioni.
Il rovescio è la barriera alla compliance. L'accesso a questi appalti richiederà certificazioni di Carbon Footprint, documentazione di tracciabilità della filiera e requisiti di interoperabilità dei dati: investimenti preliminari che le imprese più piccole potrebbero far fatica a sostenere. Per i fondi che investono in PMI industriali o in operatori di nicchia, questo è un fattore di rischio da pesare in sede di due diligence.
Le zone di accelerazione industriale aumentano strutturalmente la domanda di energia. Questo crea una tensione diretta con il problema più irrisolto dell'industria europea, che il testo dell'IAA non affronta in modo organico.
L'IAA non affronta le cause principali della scarsa competitività dei costi in Europa: prezzi dell'energia, frammentazione del mercato dei capitali e disponibilità di materie prime. I prezzi all'ingrosso di gas ed elettricità in Europa, pur ridotti rispetto al picco post-2022, restano strutturalmente superiori alle medie pre-crisi e ai livelli di USA e Asia.
Il paradosso del contenuto locale è documentato da Bruegel (il think tank economico con sede a Bruxelles specializzato in politica economica europea): i requisiti di contenuto che escludono i fornitori cinesi, i più competitivi nel 2025 per moduli solari, batterie ed elettrolizzatori, trasmettono meccanicamente un aumento dei costi nei progetti finanziati attraverso l'IAA e, in ultima analisi, nel sostegno pubblico necessario a renderli bancabili. Per i gestori di fondi che valutano il rendimento di progetto su base risk-adjusted, questa è una variabile critica: il premio di costo implicito richiede o sussidi compensativi o un aggiustamento delle aspettative di IRR.
L'ACEA (Associazione dei costruttori europei di automobili, che rappresenta i principali produttori del settore a livello europeo) ha espresso una posizione chiara: senza una strategia organica per i costi energetici, la disponibilità di materie prime e lo sviluppo della rete infrastrutturale, la normativa rischia di restare in gran parte simbolica.
Il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism, il meccanismo europeo di aggiustamento del carbonio alle frontiere entrato in vigore nel 2026) cambia però una parte dell'equazione: i produttori stranieri dovranno pagare per le emissioni incorporate nelle loro esportazioni verso il mercato europeo, il che riduce progressivamente il vantaggio di costo dei fornitori extra-UE nei settori coperti. L'effetto non è immediato, ma modifica le aspettative di lungo periodo sulla competitività relativa dei fornitori europei.
L'IAA introduce un regime di controllo sugli investimenti diretti esteri (IED) nelle tecnologie considerate strategiche. Il meccanismo è preciso: il regime si applica esclusivamente agli investitori stranieri provenienti da paesi non UE che controllano più del 40% della capacità produttiva globale nei settori emergenti designati, e richiede una notifica obbligatoria preventiva prima di procedere con qualsiasi investimento che soddisfi i criteri stabiliti. In pratica, il regime è attualmente calibrato sugli investitori cinesi.
Per le operazioni di M&A in infrastrutture industriali europee, gli effetti sono doppi:
Bruegel sottolinea che l'IAA è rilevante anche come precedente: contiene il primo tentativo di definire uno standard regolatorio "Made in EU" e potrebbe diventare un modello per future iniziative in altri settori, come digitale e biotech. Chi costruisce posizione ora nelle filiere coperte dalla norma può beneficiare di un vantaggio regolativo di primo entrante.
L'IAA segna un cambio di paradigma nella politica industriale europea, ma la sua efficacia dipende da condizioni che il testo attuale non garantisce. Wood Mackenzie (società internazionale di consulenza e ricerca specializzata in energia, materie prime e transizione energetica) ha valutato che il provvedimento "probabilmente rallenterà il ritmo del declino industriale", ma non possiede "la completezza e la forza vincolante necessarie per raggiungere l'obiettivo dichiarato di aumentare la produzione manifatturiera al 20% del PIL UE entro il 2035". I rischi principali da monitorare per chi gestisce esposizioni in questo spazio: