
25 GEN, 2023
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Il mondo sta cambiando a una velocità senza precedenti: la tecnologia, la scienza e le comunicazioni ci stanno permettendo di evolvere più che mai, e a volte non siamo nemmeno consapevoli che la realtà oggi è completamente diversa rispetto a quella di solo un paio di anni fa.
Ecco perché oggi ci siamo chiesti come sia cambiata l'industria dei fondi d'investimento negli ultimi dieci anni: di seguito due Sales Manager esperti ci aiutano a rispondere a questa domanda.

Nell’ultimo decennio abbiamo osservato diverse tendenze che hanno cambiato l’industria italiana del risparmio gestito a livello di prodotti, regolamentazione e servizi.
Da un punto di vista di prodotti, uno dei primi temi da affrontare è sicuramente il dialogo su strumenti passivi e attivi. Diversamente da come sembra, l’allocazione in strumenti passivi non è necessariamente una brutta notizia per chi come noi fa gestione attiva.
Perchè? Perché libera budget di rischio per i gestori che lavorano con alta “active share”, lasciando invece meno spazio per i fondi con basso tracking error.
Gli eventi estremi che negli ultimi anni hanno caratterizzato il settore finanziario hanno infatti dimostrato quanto sia importante non solo l’asset allocation, ma anche la selezione dei titoli nonché la gestione dei rischi.
Un altro fenomeno in crescita è legato ai trend secolari nell’ambito azionario, dove è tangibile comprendere in cosa si investe, ed il lungo orizzonte temporale con il quale lo si fa. Nel 2022 nonostante i mercati avversi, grazie anche ai piani di accumulo, i fondi tematici in Italia hanno visto dei flussi positivi.
In ambito obbligazionario, invece, abbiamo osservato in passato la diffusione dei fondi a scadenza che simulano la cedola ed il rimborso dei più familiari BtP, ma con maggior diversificazione nel sottostante.
Infine, abbiamo visto delle innovazioni dovute all’alternarsi di nuove regolamentazioni. In questo caso i primi esempi che mi vengono in mente sono gli strumenti legati all’economia reale, l’introduzione dei prodotti complessi per gli investitori privati e più recentemente la SFDR in ambito ESG (di recente sotto i riflettori nonostante molte case di gestione, tra cui Jupiter, ne parlino da tempo). La stessa Mifid II ha portato ad una riconsiderazione dell’offerta, con un focus sulla governance dei prodotti e sulla adeguatezza.
Il risultato, quindi, è che oggi ci sono molti più strumenti per la costruzione di un portafoglio diversificato, ma allo stesso tempo, è sempre più centrale il ruolo della consulenza per navigare tutte queste novità. La consulenza stessa è cambiata negli anni, adattandosi, rimanendo al passo con il mercato e avendo alle spalle sempre più formazione, strumenti e servizi per supportare gli investitori.
Nel complesso, quindi, l’industria italiana del risparmio gestito ha dimostrato di essere in solida crescita, gestendo in maniera pragmatica le novità, le evoluzioni e navigando anni densi di avvenimenti.

Il mercato dei fondi di investimento in Italia è strettamente legato alla particolarità del nostro sistema di raccolta del capitale, che si basa su un canale terzo rispetto alla logica delle filiali e del Private Banking. Mi riferisco ovviamente alle reti di Consulenza Finanziaria che tanta parte hanno avuto nello spingere in avanti sia il livello di professionalità di tutti gli operatori del settore che la possibilità da parte del piccolo risparmiatore di avere accesso ad un’ampia gamma di investimenti che prescindessero dal monopolio degli strumenti monomarca degli anni Ottanta e Novanta.
Va detto che l’industria ha subìto in questo millennio almeno tre scossoni finanziari, come la bolla tecnologica, la crisi della liquidità interbancaria e ultimamente la dinamica di forte rialzo dei tassi, e vari adeguamenti normativi, come le varie tornate di implementazione della normativa europea SFDR.
Cionostante, il mercato dei fondi sembra in ottima salute, fra oscillazioni tra collocamento diretto e contenitori (assicurativi e non), concorrenza esterna da parte del settore assicurativo (le famigerate Unit Linked) e delle banche d’affari (ETF, ETC, Certificati).
In ultimo, appunto a seguito di una svolta normativa, l’introduzione della profilazione del rischio per il risparmiatore e di tecniche di Advisory e costruzione di portafoglio sempre più raffinate, che arrivano a includere strumenti ad elevata complessità come Private Equity, fondi di emissioni a bassa liquidabilità, e Hedge Fund anche diretti.
Che prime conclusioni trarre, dopo oltre quantant’anni di onorato servizio al risparmiatore?
Possiamo tranquillamente sottolineare come il settore sia diventato più che maggiorenne ormai, direi pienamente adulto, con tutte le responsabilità del caso: ovvero come questa situazione punti sempre più a fornire al risparmiatore strumenti nuovi e sempre più trasparenti, soprattutto per ciò che riguarda il loro rischio e la loro consonanza con il profilo di investimento di chi, in ultima analisi, dà fiducia al mercato del risparmio nella gestione del proprio patrimonio finanziario, piccolo o grande che sia.
Ad maiora!