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Finanza e biodiversità: diamo priorità all’ambiente
Investimento ESG

Finanza e biodiversità: diamo priorità all’ambiente

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22 MAG, 2023

Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

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L'indice Pianeta Vivo, pubblicato dal WWF in collaborazione con la Società Zoologica di Londra nell'ottobre 2022, ha evidenziato che il pianeta Terra ha perso il 70% delle sue specie animali selvatiche negli ultimi 50 anni. Anche nel mondo vegetale i dati sono altrettanto spaventosi: la FAO calcola che negli ultimi tre decenni il pianeta abbia perso 178 milioni di ettari di foreste e giungle.

Per fermare questa situazione desolante, che se continua scuoterà le fondamenta delle economie e delle società di tutto il mondo, il mondo delle finanze gioca un ruolo molto importante. Perché? Stephanie Maier (GAM Investments), Alix Chosson e Marie Niemczyk (Candriam) te lo spiegano.

Stephanie Maier, Global Head of Sustainable and Impact Investment, GAM Investments

Le popolazioni di fauna selvatica sono diminuite del 69% dal 1970 e un milione di specie rischia attualmente l'estinzione. I mercati finanziari si stanno rendendo conto che i sistemi economici dipendono dalla natura e dal suolo fertile, dall'aria fresca e dall'acqua pulita che essa fornisce. Se è vero che non cambiare approccio mette a rischio metà del PIL mondiale, ovvero 44.000 miliardi di dollari, stiamo giocando con il fuoco. Lungimiranti esponenti della finanza in tutto il mondo si stanno facendo avanti per affrontare la sfida sistemica del degrado e della perdita di risorse naturali.

Ciò si riflette nella pressione del settore privato che ha contribuito all'importante Quadro Globale per la Biodiversità (GBF) firmato a Montreal lo scorso anno. Questo framework traccia una chiara direzione per le autorità di regolamentazione, come ha fatto l'Accordo di Parigi nel 2015, e impegna le nazioni a proteggere il 30% della Terra entro il 2030, insieme ad altri 22 obiettivi.

Se è vero che non cambiare approccio mette a rischio metà del PIL mondiale, ovvero 44.000 miliardi di dollari, stiamo giocando con il fuoco.

Come evidenziato alla COP26 e alla COP27, la perdita di risorse naturali e il cambiamento climatico sono intrinsecamente collegati: un fallimento in una sfera si ripercuoterà a cascata sull'altra e per raggiungere il net zero sarà necessario affrontarli entrambi. Sappiamo che ecosistemi fiorenti contribuiscono a rallentare il riscaldamento globale, in quanto gli oceani e la terraferma fungono da importanti serbatoi di carbonio. Allo stesso modo, il riscaldamento del pianeta aggrava la perdita di biodiversità, allontanando gli animali dai loro habitat e distruggendo gli ecosistemi sani.

In un mercato che riconosce il valore della tutela della natura, molti settori dovranno cambiare. Il settore alimentare, ad esempio, è forse attualmente il maggiore responsabile della perdita di risorse naturali a livello mondiale, oltre ad essere responsabile di un terzo delle emissioni globali. Il settore finanziario può svolgere un ruolo di guida per un cambiamento significativo nel modo in cui gli alimenti vengono prodotti e venduti lungo tutta la catena di approvvigionamento, incoraggiando la tracciabilità e altre iniziative intelligenti dal punto di vista climatico.

Possiamo aspettarci che strumenti e metodi di rendicontazione e divulgazione simili a quelli elaborati per il clima aiutino ad affrontare la perdita di risorse naturali, sebbene le metriche sulla natura siano intrinsecamente più complesse. Lo stiamo già vedendo con il nuovo quadro della Task Force on Nature-Related Financial Disclosures (TNFD) per aiutare le aziende e i finanziatori a valutare e ad agire sul loro impatto sulla natura, come hanno fatto con la Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TCFD), la cui pubblicazione è prevista per settembre. Anche negli standard di rendicontazione dell'International Sustainability Standards Board (ISSB) è stato indicato che sarà rispecchiato il valore "fondamentale" della natura.

L'engagement giocherà senza dubbio un ruolo chiave nel guidare il cambiamento: un'iniziativa per gli investitori sul modello di Climate Action 100+ sarà lanciata a giugno e si chiamerà Nature Action 100.

Dal punto di vista dei finanziamenti, dobbiamo anche considerare il potenziale dei green bond e delle obbligazioni sostenibili per allocare il capitale, nonché le opportunità di innovazione, da modalità alternative di coltivare il cibo all'uso del telerilevamento e dell'intelligenza artificiale. Inoltre, vediamo un mercato della biodiversità in crescita che emula gli attuali mercati dei crediti di carbonio. L'Australia ha già fatto il salto e ospita un sistema in cui i certificati di biodiversità possono essere scambiati in modo simile ai crediti di carbonio: una recente ricerca di PwC stima un valore di 137 miliardi di dollari entro il 2050.

È chiaro che l'economia deve cambiare, dal cibo che mangiamo al modo in cui viaggiamo. Non possiamo sopravvalutare la dipendenza dalla natura dei nostri sistemi alimentari, degli edifici e delle infrastrutture, dei medicinali e di molti servizi essenziali. Se non diamo priorità all’ambiente e alle specie che lo abitano, rischiamo un collasso dell'intero sistema. Proteggere la natura è una componente fondamentale nella creazione di un futuro più sostenibile, a parità di condizioni e inestricabilmente interconnessa con il raggiungimento di una giusta transizione verso il net zero. Solo così potremo creare un'economia veramente costruita per durare.

Gabriele Micheli, CFA, gestore di Pictet ReGeneration

Il 50% del PIL mondiale dipende dalla natura e dai suoi servizi, tra cui la impollinazione e i cicli dell'acqua e dell'aria. In questo contesto, la biodiversità è un buon indicatore dello stato di salute del pianeta Terra. Negli ultimi 50 anni abbiamo perso circa il 70% delle specie animali vertebrate. Anche in Germania la popolazione di api si è ridotta del 75%. Barriere coralline, foreste tropicali e numerose molecole stanno scomparendo.

Recentemente, alla COP 15 delle Nazioni Unite a Montreal sulla biodiversità, si è concordato di proteggere il 30% della terra, dell'acqua e delle zone costiere entro il 2030, rispetto al solo 17% di terra e al 10% di acqua attualmente protetti. Anche nell'UE c'è una proposta di direttiva per il ripristino della natura e la Cina, che rappresenta il 30% delle emissioni globali di carbonio, ha un Piano nazionale per la conservazione della biodiversità.

La natura è una questione umana.

Il punto è che diverse strategie di investimento ambientale sono legate alla biodiversità, che è sempre stata una dimensione da considerare.

Da parte nostra, negli ultimi dieci anni abbiamo utilizzato il framework dei nove limiti planetari del Centro di Resilienza di Stoccolma. Anche se la Terra ha la capacità di rigenerarsi, rimanere al di fuori di un limite troppo a lungo ha conseguenze irreversibili, tra cui la perdita di biodiversità, che è di per sé un buon modo per combinare le dimensioni ambientali.

Tuttavia, è difficile da misurare, poiché comprende diverse specie, geni ed ecosistemi. Anche se ci sono indici, non sono abbastanza completi. Pertanto, abbiamo sviluppato metriche basate sull'analisi input/output applicata al ciclo di vita dei prodotti e dei servizi di ciascuna azienda per stimarne l'impatto. Ad esempio, per un televisore, il 98% dell'impatto è legato alla sua produzione.

A ciò si aggiunge la dimensione sociale, poiché non è possibile cercare di ripristinare il pianeta senza prendersi cura delle persone. Ciò viene facilitato dall'accesso all'istruzione e dall'inclusione economica. Ad esempio, un ristorante può affidarsi a preparazioni artigianali e agricoltori locali che forniscono cibo naturale, che richiedono suolo, acqua e impollinazione. Possiamo aiutare a sostenere tale attività. Infatti, le comunità locali probabilmente non parteciperanno se non verranno forniti aiuti, specialmente nelle economie emergenti. La natura è una questione umana.

Economia degenerativa, sostenibile e rigenerativa

Attualmente l'economia è degenerativa, con impatto ambientale negativo. Può diventare più efficiente e cercare di raggiungere un impatto netto zero attraverso l'economia circolare. Il passo successivo è l'economia riparatrice. Nell'agricoltura, implica migliorare la conservazione del carbonio, la ritenzione dell'acqua e la qualità degli alimenti, con un impatto positivo simile a quello delle foreste, che creano diversità nel tempo. È il modello della natura, piuttosto che quello attuale di sfruttamento. In particolare, i principi della rigenerazione includono produrre "in modo più efficiente", "meno" - noleggiare invece di acquistare -, "in un ciclo" - economia circolare -, rinnovando - energia, risorse biologiche - e valorizzando le persone.

Abbiamo quindi stabilito cinque principali misure di maggiore impatto: uso del suolo, eutrofizzazione, acidificazione, cambiamento climatico e stress idrico.

Fornitori di soluzioni

Pertanto, possiamo investire preventivamente in aziende che offrono soluzioni. Possono crescere più velocemente rispetto al resto del mercato. Inoltre, le aziende con una cattiva impronta di biodiversità hanno bisogno di soluzioni per ridurre le emissioni e i rifiuti, che vengono fornite da queste aziende. In ogni caso, è opportuno concentrarsi su aziende consolidate di alta qualità che stanno generando flusso di cassa.

Questo è il caso di Dassault Systèmes, che fornisce software per creare nuovi prodotti tenendo conto del ciclo di vita. Contribuisce a un'economia circolare fin dalla concezione del prodotto, per ridurre le risorse e renderlo riciclabile. Ha un'impronta ambientale bassa di per sé, con una posizione finanziaria molto solida. Copart, invece, acquista auto danneggiate e rivende i pezzi su una piattaforma, estendendo la loro vita utile. Tomra produce macchine per il riciclaggio che, quando offrono un certo incentivo, aumentano drasticamente il livello di riciclaggio.

Inoltre, le aziende forestali, come la statunitense Weyerhaeuser, possiedono milioni di ettari di foreste, tagliano e ripiantano alberi, curando queste aree che catturano carbonio e generano biodiversità, con un impatto positivo sul cambiamento climatico. Per quanto riguarda gli aspetti sociali, spicca Bank Bri, il maggior fornitore di microcrediti in Indonesia, una delle aree di maggiore biodiversità del pianeta, che promuove l'autonomia delle donne. È un'attività in crescita. L'azienda ha linee guida chiare sui prestiti e una situazione finanziaria solida.

Alix Chosson, Lead ESG Analyst, Environmental Research & Investments; Marie Niemczyk Head of ESG Client Portfolio Management, Candriam

Alix Chosson
Alix Chosson
Marie Niemczyk

Negli ultimi anni è emerso chiaramente che la biodiversità è, e continuerà a essere, una questione sempre più rilevante per gli investimenti, sia perché la perdita di biodiversità è un rischio per il valore dei portafogli, sia perché gli emittenti detenuti in portafoglio possono aggravare il pericoloso trend a lungo termine di erosione della biodiversità.

La biodiversità è talmente complessa da essere difficilmente misurabile, per questo motivo è complicato incorporarla nel processo d'investimento. Non possiamo permetterci il lusso di aspettare dati perfetti o un quadro di rifermento completo pronto per l'uso. Né possiamo aspettare un momento "tipo quello di Parigi" che imponga obiettivi e regolamenti di livello globale. Il tempo sta per scadere. È nostra responsabilità, in quanto investitori, sviluppare modi innovativi per capire, valutare e integrare la biodiversità, ben oltre l'analisi ESG tradizionale.

La finanza al fianco della biodiversità

Sia le autorità di regolamentazione che gli investitori si sono uniti nella lotta al cambiamento climatico. Molti portafogli integrano adesso obiettivi di riduzione delle emissioni di carbonio. La sfida ora è capire come integrare al meglio le considerazioni di biodiversità negli investimenti, il che ci porta a riflettere sulle problematiche rappresentate dalla necessità di norme internazionali condivise, dati comparabili e linee guida regolamentari che fungano da quadro di riferimento.

Ne è un esempio il Regolamento UE relativo all'informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (SFDR), che incoraggia una più ampia divulgazione delle informazioni includendo la biodiversità tra i Principle Adverse Impact (PAI). Queste linee guida inquadrano la conoscenza e l’integrazione della biodiversità tra i temi essenziali della sostenibilità.

Se la misurazione della biodiversità in un contesto d'investimento è ancora in una fase di sviluppo iniziale, quali sono gli elementi principali da considerare nella selezione di strategie che tengono conto della biodiversità? In che modo gli "asset owner", dovrebbero condurre la loro due diligence?

  • Processo analitico: come per la lotta al cambiamento climatico, è importante sviluppare un quadro di riferimento dedicato alla biodiversità che tenga conto della natura complessa e delle molteplici sfaccettature della biodiversità. In pratica, gli investitori devono andare molto oltre l'analisi ESG tradizionale e concentrarsi sullo sviluppo di indicatori di biodiversità dedicati e su metodologie che integrino dati a livello di asset. I concetti di impatto e dipendenza dalla biodiversità devono essere integrati, ma anche differenziati per capire i rischi e le conseguenze associate. Gli asset owner dovrebbero quindi adottare una due diligence specifica per stimare la qualità delle valutazioni di biodiversità e in che modo queste si traducono in decisioni d'investimento. Per gli stati, la gestione del capitale naturale, compresa la vita sulla terra, nell'aria e nell’acqua dovrebbe essere valutata con attenzione tramite indicatori specifici.
  • Dati: siccome la biodiversità è valutata e interpretata meglio a livello locale, gli investitori devono considerare nuovi tipi di dati e nuovi indicatori. Le difficoltà risiedono nella raccolta di tali dati, ma anche nella loro interpretazione. Indicatori emergenti quali msa.km2 (mean species abundance, abbondanza media delle specie) e i dati geospaziali offrono qualche nuova informazione, ma hanno dei limiti. Come per il clima, possiamo attenderci lo sviluppo di una miriade di indicatori con obiettivi e orizzonti temporali diversi, sia storici che prospettici. Gli asset owner dovranno considerare molto attentamente il significato e l'utilità degli indicatori selezionati, insieme alle possibili distorsioni. Come tutti gli investitori, gli asset owner dovrebbero essere particolarmente vigili sulle dichiarazioni di "biodiversità netta positiva" e valutare in che misura sono comprovate da indicatori pertinenti.
  • Engagement: l'accelerazione dell'integrazione della biodiversità negli investimenti richiederà un notevole impegno ai fini di una disclosure sufficiente e di una gestione della biodiversità. Un engagement dall'esito positivo richiede dati di qualità elevata e metodologie pertinenti. Sono necessari dati a livello di asset per indirizzare gli obiettivi di engagement, se si vuole far fronte agli impatti della biodiversità e ai rischi più sostanziali e promuovere un cambiamento reale. Come nel caso di molti temi ESG, l’engagement che unisce vari stakeholder può essere un modo potente per sfruttare il cambiamento. Gli asset owner dovrebbero considerare attentamente l’engagement correlato alla biodiversità e concentrarsi sui risultati mediante KPI significativi nella valutazione della qualità delle strategie di engagement.

Conclusioni

Siccome questo viaggio complesso è appena iniziato, gli sforzi della finanza dovrebbero concentrarsi sull’engagement con le aziende, al fine di migliorare la disclosure e la condivisione di best practice, attraverso la collaborazione con omologhi e stakeholder. Si deve iniziare oggi a percorrere questa strada se si vuole valutare e integrare effettivamente la biodiversità.

Gli asset owner svolgono un ruolo chiave nell'integrazione della biodiversità negli investimenti. Chiedendo ai gestori patrimoniali di stabilire metodologie dedicate e sforzi di engagement che considerino e integrino appieno la complessità della biodiversità, gli asset owner possono fare da apripista per questa frontiera d'investimento.

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