
21 DIC, 2023

AUTORE: Greg Meier, Director, Senior Economist, Global Economics and Strategy
A seguito della pandemia di Covid-19 le autorità monetarie hanno dovuto affrontare sfide completamente nuove. La ripresa della domanda al consumo si è scontrata con le carenze sul fronte dell’offerta, causando impennate di inflazione un po’ ovunque, da Londra a Berlino, da Tokyo a Washington DC. Prese alla sprovvista, le banche centrali sono state costrette a interrompere bruscamente le misure di stimolo economico per contrastare una potente spirale dei prezzi.
Gli interventi sul fronte monetario hanno funzionato: nell’anno passato i prezzi si sono attenuati sensibilmente nella maggior parte dei Paesi sviluppati. Tuttavia l’inflazione resta oltre il 2%, il livello solitamente associato alla stabilità dei prezzi.
Nel 2024 le banche centrali potranno dire di aver portato a termine la missione? Negli Stati Uniti, la disinflazione dovrebbe proseguire per effetto di due importanti fattori.
Il primo è il ribilanciamento del mercato del lavoro. Gli ultimi dati indicano un netto calo della domanda in eccesso di manodopera negli USA. Si osserva, ad esempio, un forte trend ribassista del tasso di dimissioni, segno che sono diminuiti i lavoratori che lasciano volontariamente il proprio posto. Analogamente, il rapporto fra posti di lavoro aperti e numero di disoccupati, uno dei parametri preferiti del Presidente della Federal Reserve statunitense (Fed) Jerome Powell, è sceso dal 2,0 del 2022 all’1,3 di oggi. Via via che il ventaglio di opportunità a disposizione di chi cerca lavoro si riduce, l’inflazione dei salari negli USA diminuisce. (Cfr. grafico della settimana.) Tale fenomeno dovrebbe proseguire anche nel 2024 in ragione degli effetti ritardati dei rialzi della Fed.
Il secondo fattore è la disinflazione nel segmento residenziale. Quella delle abitazioni è la componente più ampia dell’indice dei prezzi al consumo (consumer price index, CPI) statunitense, in quanto rappresenta il 34% dell’indice complessivo e il 42% di quello core. Oggi il superamento del target di inflazione del 2% fissato dalla Fed è ascrivibile interamente al comparto residenziale. Infatti, eliminando questa componente, il CPI complessivo evidenzia un rialzo dell’1,4% a/a e il CPI core un rialzo di appena il 2,1%. Quindi l’obiettivo di inflazione negli USA sarebbe già Ma in che direzione va il settore residenziale? Partiamo da quanto successo durante l’epidemia di Covid: in due anni i prezzi nazionali in media negli USA sono aumentati del 40%, una crescita più rapida di quella registrata in occasione della bolla dei mutui subprime. Su base annua, i prezzi hanno evidenziato un incremento massimo del +21% ad aprile 2022, per poi virare verso la deflazione nei primi mesi di quest’anno. Tuttavia, per effetto delle modalità di rilevazione della componente residenziale in seno al CPI, gli incrementi dell’era Covid si ripercuotono sui parametri di inflazione del governo con circa 1 anno di ritardo. Quindi la rapida decelerazione dei prezzi delle abitazioni USA tra il 2022 e il 2023 dovrebbe determinare una diminuzione dell’inflazione misurata dal CPI nel 2024.
In definitiva, la continua decelerazione di salari e prezzi delle case dovrebbe proseguire. Di conseguenza, se la Fed non farà nulla, la politica monetaria statunitense si inasprirà meccanicamente man mano che i tassi di interesse reali aumentano. E poiché gli effetti della pandemia stanno chiaramente svanendo, le autorità potrebbero decidere che un’ulteriore stretta non sia opportuna. Di conseguenza, se l’inflazione continuerà a diminuire, la Fed potrebbe iniziare a tagliare i tassi nel 2024.