
10 FEB, 2025
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

L'Europa ha concluso il 2024 a un bivio da cui, aparentemente, non riesce a uscire. Nonostante le previsioni di crescita moderata per l'eurozona, persistono preoccupazioni significative: la debolezza delle economie chiave come Germania e Francia, insieme alle sfide geopolitiche e alle tensioni con gli Stati Uniti, pongono rischi considerevoli. Inoltre, le decisioni della Banca Centrale Europea sui tassi di interesse e le tensioni commerciali globali aggiungono complessità allo scenario economico. Nel seguente articolo, quattro esperti analizzano gli indicatori economici, le politiche monetarie e fiscali, e i fattori esterni che potrebbero determinare se l'Europa riuscirà a evitare una recessione nel 2025 o se affronterà un periodo di contrazione economica.

Le prospettive di crescita per la zona euro sono deboli e in calo ma probabilmente eviteremo una recessione per i seguenti motivi.
In primo luogo, la fiducia dei consumatori sta gradualmente migliorando in tutti i Paesi della zona euro fatta eccezione, forse, in Francia a causa dell’attuale instabilità politica. La dinamica è ancora fragile, ma è ormai in essere da 24 mesi. Il volume dei consumi, logicamente, segue lo stesso trend e, dal momento che rappresenta circa metà del Pil della zona euro, questo dovrebbe produrre un effetto diretto sulla crescita. Il volume dei consumi è cresciuto al ritmo dell’1,2% negli ultimi 12 mesi, un dato debole ma positivo.
Questa tendenza dovrebbe protrarsi fintanto che i salari reali continueranno a restare positivi, cosa che ci aspettiamo proseguirà nel corso del 2025. Inoltre, mentre la Germania e la Francia stanno faticando, i Paesi del sud dell’Europa sono in una posizione molto migliore, con una crescita forte in Spagna e Portogallo. La Banca di Spagna e la Banca del Portogallo hanno rivisto infatti al rialzo le prospettive di crescita per il 2025, rispettivamente al 2,5% e al 2,2%. Anche l’indebolimento dell’euro nei confronti del dollaro visto negli ultimi quattro mesi aiuterà lo slancio positivo dell’export della zona euro anche se la diminuzione dell’euro verso altre valute è più limitata che rispetto al dollaro.
Infine, se a seguito delle elezioni del 23 febbraio in Germania emergesse una maggioranza a favore di un rilassamento del “freno al debito”, il Paese potrebbe aumentare il deficit di bilancio, scenario che riteniamo ora probabile. Se nei prossimi mesi la Francia riuscirà a riguadagnare una certa stabilità e se le turbolenze associate all’amministrazione Trump non saranno troppo forti, si potrebbe perfino sperare in revisioni al rialzo delle prospettive di crescita nella zona euro per la seconda metà dell’anno.

Le performance dei mercati azionari europei da inizio anno non sembrano presagire uno scenario di recessione per l’anno appena iniziato. Infatti, uno degli unici punti di discontinuità tra gli ultimi mesi del 2024 e l’inizio del 2025 è la sovra performance degli indici europei rispetto agli indicatori dell’oltreoceano. Nonostante le prospettive di crescita rimangano più favorevoli per gli USA che per l’Unione Europea, quest’ultima vede un processo di contenimento dell’inflazione più veloce e la Bce si aspetta il ritorno al target del 2% nel corso dell’anno. Le condizioni creditizie più favorevoli attese per i mesi a venire, effetto del ciclo ormai avanzato di taglio dei tassi di interesse, sono un elemento positivo a sostegno dei consumi e investimenti di famiglie e imprese, che può sostenere la crescita attesa per i prossimi trimestri. Si intravedono comunque alcuni rischi per l’Eurozona: i dati più recenti relativi alla fiducia dei consumatori restano in territorio negativo, e questi mantengono una forte propensione al risparmio piuttosto che al consumo; anche i dati PMI relativi alla manifattura sono ancora in area di contrazione. Alle sfide legate alla crescita e stagnazione dell’economia, si aggiungono le incertezze politiche francesi e tedesche (nonché industriali per quest’ultima) che caratterizzano il clima europeo dall’anno scorso. Inoltre, le minacce di inasprimento di dazi da parte dell’amministrazione Trump sono un potenziale rischio da affrontare. Tuttavia, se le minacce di Trump finissero per rivelarsi meno severe delle attese, o meramente manovre di negoziazione nei rapporti USA-Europa, riteniamo che l’equity europeo possa continuare a beneficiare di un cath-up nella performance. Anche la risoluzione delle incertezze politiche nei singoli Stati e la normalizzazione di alcuni trend negativi che hanno caratterizzato il comparto industriale, come il destocking che sembra ormai al termine, potrebbero scongiurare eventuali recessioni che potrebbero colpire il continente.
Questa dicotomia tra Europa e Stati Uniti si è ampiamente riflessa nei corsi di mercato degli ultimi anni: il posizionamento degli investitori sull’area europea è ai minimi dal 2020, mentre il peso della componente americana negli indici globali è ai massimi storici. In questo scenario, le valutazioni dei titoli europei sono estremamente compresse e iniziano ad essere attrattive: la sovra performance di gennaio potrebbe non essere solamente un effetto stagionale, ma iniziare a segnalare un’inversione di tendenza.

Sul piano teorico, la situazione interna dell'Europa sta migliorando. La Bce è stata in grado di ridurre i tassi di interesse dal 4% al 3%, mentre i prezzi delle materie prime e l'inflazione complessiva sono diminuiti sensibilmente. Di conseguenza, è molto probabile che la Banca centrale europea sarà in grado di riportare rapidamente i tassi al 2%, il che significa che i tassi reali potrebbero tornare di nuovo in territorio negativo. L'euro si è indebolito notevolmente a causa del “Trump rally” e questo darà una certa spinta alle società focalizzate sull’export, nonostante l'incombente guerra commerciale all'orizzonte.
Nel frattempo, i risparmi sono elevati e per lo più non intaccati. Ciò contrasta con gli Stati Uniti dove, soprattutto per le famiglie a basso reddito, tutte le eccedenze sono state spese e il rischio di credito è in aumento. La crescita è stata sostanzialmente più forte nel 2024 rispetto al 2023 e i tassi di rifinanziamento per le imprese sono scesi con spread più stretti e tassi più bassi. L'Italia, ad esempio, si trova in una posizione forte, con un debito pubblico ben assorbito dai cittadini e un risparmio elevato; inoltre, essendo un Paese esportatore meno focalizzato sul settore automobilistico, dovrebbe crescere al di sopra dei tassi di crescita potenziali.
Detto questo, ci sono alcuni motivi di preoccupazione. In particolare, la bassa crescita dovuta alle dinamiche demografiche, l'incertezza sulle politiche a livello nazionale e l'impegno a livello europeo. La Germania si trova al centro di questa situazione e deve affrontare le minacce di Russia, Cina e Stati Uniti, mentre deve fare i conti con le restrizioni all'approvvigionamento energetico, il dumping delle esportazioni e le minacce di guerra commerciale. Sebbene il Paese abbia attraversato una recessione tecnica, non è stata accompagnata da tassi di disoccupazione più elevati e deficit fiscali più alti.
Le pressioni economiche, tuttavia, non sono cambiate. La Cina ha ancora bisogno di esportare pressioni deflazionistiche per far fronte alla sua bolla immobiliare e la guerra in corso in Ucraina continua a esercitare pressioni sui prezzi del petrolio e del gas, con il potenziale di provocare uno spostamento strutturale verso l'alto del tasso di disoccupazione e di creare la necessità di maggiori automatismi fiscali.
Al momento ci aspettiamo che la crescita sia piuttosto laterale rispetto all'anno scorso e riteniamo che sia necessario fare di più sul fronte fiscale sia per la Germania sia per l'UE, che continuano a essere messe alla prova dall'inesistenza di un'unione dei mercati dei capitali e dalle pressioni populistiche e nazionaliste.
Gli eventuali progressi sul fronte della politica fiscale e di un’ulteriore integrazione dell’UE dipenderanno anche dalle conseguenze delle elezioni tedesche. Certamente, ad avere l’impatto maggiore sarebbe il via libera dei cristiano-democratici per le spese militari finanziate dall'UE, che potrebbero stimolare la crescita tedesca e aumentare la sostenibilità del debito di altri Paesi come la Francia.

A nostro avviso, concentrarsi sulla possibilità che l’Europa entri in recessione nel 2025 è la domanda sbagliata che gli investitori dovrebbero porsi.
Una recessione è determinata principalmente da una serie di dati macroeconomici che spesso vengono rivisti diversi mesi dopo e che non riflettono necessariamente le fortune delle singole aziende europee.
Le paure si intensificheranno con l’annuncio del Presidente Trump riguardo al nuovo pacchetto di dazi contro i paesi dell’Unione Europea.
La storia ci insegna che, sebbene i titoli dei giornali possano sembrare allarmanti, le implicazioni reali di tali misure richiedono del tempo per manifestarsi. Inoltre, sembrano colpire in particolare alcuni settori di alto profilo, spesso di natura ciclica. La vera domanda è se puntare su titoli value o growth.
I titoli value, in generale, crescono più rapidamente rispetto al mercato e spesso distribuiscono dividendi, offrendo un rendimento totale migliore per gli investitori.
I titoli value europei sono ancora insolitamente economici se confrontati con la loro stessa storia e con i loro omologhi in altre parti del mondo, come Stati Uniti e Asia.
Gli investitori europei sono ancora orientati verso i titoli growth e meno verso quelli value, ma sono proprio i titoli growth ad essere più vulnerabili a recessioni o a dati macroeconomici negativi rispetto ai titoli value.
Storicamente, i fondamentali relativi ai titoli value sono stati solidi e in crescita, ma hanno vissuto un periodo negativo dal 2008 al 2022. Per la maggior parte degli operatori dei mercati finanziari, questi 14 anni dal 2007 sembrano un’eternità e quindi tendono ad aspettarsi ulteriori notizie negative. Tuttavia, per chi osserva attentamente, se il divario è ampio e la linea d’oro è in salita, allora i titoli value sembrano destinati a un grande decennio.
Nel 2024, i titoli value in Europa (escluso il Regno Unito) hanno sovraperformato il mercato di circa il 2%. Interessante notare che, escludendo la performance di Nvidia nel 2023 e 2024, l’S&P 500 ha avuto praticamente lo stesso rendimento dell’indice MSCI Europe.
La realtà è che acquistiamo titoli in cui il flusso di notizie e altri fondamentali sono positivi o in miglioramento. Ad esempio, siamo riusciti a evitare molte delle azioni a basso costo che hanno subito una lenta erosione delle previsioni sugli utili, come i titoli petroliferi.
I nostri maggiori vincitori nell’ultimo trimestre del 2024 sono stati due banche europee, due compagnie assicurative e poi una varietà di titoli tra cui farmaceutici, gestione patrimoniale, petrolio, scommesse online e un operatore di lotterie. In generale, erano titoli economici con revisioni al rialzo delle previsioni e riteniamo che trovare aziende di questo tipo, piuttosto che preoccuparsi di una recessione in Europa, sia la vera questione chiave per gli investitori.