
11 AGO, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Il Senato USA ha aggiornato i lavori l'8 agosto 2026 senza votare il CLARITY Act, la legge che avrebbe assegnato per la prima volta un quadro federale stabile agli asset digitali. A distanza di qualche giorno, la domanda utile non è più "cosa è successo", ma perché il testo si è arenato proprio a un passo dal traguardo e quali conseguenze reali comporta il rinvio, a prescindere dal rumore di breve periodo.
Il rinvio non nasce da un solo ostacolo, ma da tre nodi che si sono sommati nello stesso momento politico.
Il primo è la disputa sui rendimenti delle stablecoin. La bozza del Senato consente ai detentori di stablecoin di ricevere remunerazioni ma vieta interessi passivi assimilabili a quelli dei depositi bancari tradizionali: le banche leggono questa asimmetria come il rischio di una fuga di depositi verso il mondo crypto priva delle tutele normative equivalenti a quelle bancarie, e hanno spinto per una stretta.
Il secondo è una questione etica. Nel testo di maggio della Commissione Banking era stata eliminata, per facilitarne l'approvazione, una norma che vietava ai funzionari pubblici di detenere criptovalute mentre le regolamentano attivamente, una misura nata in origine per le iniziative della famiglia Trump nel settore. La clausola è stata poi reintrodotta come proposta separata, con un divieto temporaneo valido per l'attuale amministrazione fino al 2029, riaprendo lo scontro tra i due schieramenti.
Il terzo nodo è semplicemente di calendario. Le due versioni del testo del Senato (Banking e Agriculture) andavano ancora unificate prima di poter votare in aula, e l'agenda dei lavori era già satura di priorità con scadenze vincolanti (il finanziamento del governo, la legge di autorizzazione alla difesa, il rinnovo della normativa di sorveglianza), a fronte delle quali una riforma di struttura di mercato senza deadline perentoria ha perso posizioni.
Il cuore della proposta è la ripartizione delle competenze tra i due regolatori: la SEC manterrebbe la giurisdizione su titoli finanziari e raccolta di capitali, mentre la CFTC assumerebbe la supervisione primaria dei mercati spot delle "commodity digitali". A questo si affiancherebbero requisiti di registrazione per exchange, broker, dealer e custodian (segregazione degli asset dei clienti, requisiti patrimoniali, obblighi di trasparenza, sorveglianza di mercato, gestione dei conflitti di interesse), oltre a un regime specifico di disclosure per i network token e tutele esplicite per l'autocustodia e per gli sviluppatori di software non coinvolti nel controllo delle reti.
L'iter, va detto, non è mai stato marginale: il testo ha superato la Camera nel luglio 2025 con 294 voti a favore e 134 contrari, ed è stato approvato dalla Commissione Banking del Senato il 14 maggio 2026 con un margine di 15 a 9. È il tratto finale, i 60 voti necessari per superare l'ostruzionismo, soglia che i 53 senatori repubblicani non possono raggiungere da soli, a restare bloccato.
I beneficiari principali di una normativa definitiva sarebbero le blockchain basate su smart contract il cui inquadramento è ancora incerto (Ethereum, Solana, XRP, Avalanche in testa), con Ethereum probabile primo beneficiario per il suo peso nell'ecosistema delle stablecoin. Bitcoin, il cui status di commodity è già ampiamente riconosciuto, ne guadagnerebbe meno sul piano regolatorio, ma potrebbe comunque beneficiare indirettamente di una maggiore partecipazione bancaria e di mercati di negoziazione più regolamentati. DeFi, staking, tokenizzazione ed exchange statunitensi rientrano nello stesso perimetro di beneficio potenziale, sempre condizionato al rispetto di requisiti di decentralizzazione e tutela degli investitori.
Va però ridimensionato l'effetto pratico dell'attesa sull'accesso al mercato: gli investitori che speravano nella legge per ottenere un accesso più semplice a Bitcoin, Ethereum, Solana e XRP l'hanno già ottenuto attraverso l'approvazione, da parte della SEC, di un percorso standard per la quotazione di ETF ed ETP negli Stati Uniti (un'evoluzione che si è mossa più velocemente dell'iter legislativo). Il contributo specifico che il CLARITY Act aggiungerebbe non è quindi un nuovo accesso, ma la stabilità giuridica di lungo periodo: il passaggio da un orientamento normativo provvisorio, ribaltabile da ogni nuova amministrazione, a un quadro vincolante e stabile.
In assenza della legge, la classificazione degli asset digitali si basa oggi su una linea guida interpretativa congiunta SEC-CFTC del 17 marzo 2026, che ha suddiviso 16 criptovalute in cinque categorie. È una soluzione amministrativa, non una legge: qualsiasi nuova amministrazione potrebbe revocarla senza passare dal Congresso. È esattamente il tipo di rischio residuo (non immediato, ma reale) che il CLARITY Act era pensato per eliminare, e che resta aperto fino a un'eventuale approvazione.
Il rinvio arriva a poche settimane dalla scadenza del periodo transitorio MiCA, il 1° luglio 2026: da quella data ogni prestatore di servizi su cripto-attività operativo nell'UE senza autorizzazione piena deve avviare il piano di liquidazione.
L'Europa ha quindi già completato la transizione verso un quadro unico con passaporto valido nei 27 Stati membri, mentre gli Stati Uniti restano in una fase di costruzione che, per impostazione, produrrà comunque un sistema diverso da MiCA: non un'unica cornice, ma una ripartizione di competenze tra SEC, CFTC, regolatori bancari federali, FinCEN e Stati. Non è corretto, quindi, presentare un eventuale CLARITY Act come l'equivalente americano di MiCA: risolvono problemi diversi e non creeranno alcun passaporto regolatorio comune tra le due sponde dell'Atlantico.
Prima del rinvio dell'8 agosto, gli analisti del settore avevano stime di approvazione entro il 2026 più alte di quelle attuali: CoinShares (James Butterfill, 7 agosto 2026) stimava una probabilità intorno al 60%, mentre 21shares (Eliézer Ndinga) la collocava al 50%, entrambe ben sopra il 17% oggi indicato da Polymarket dopo il mancato voto. Le loro valutazioni quantitative sono quindi superate dai fatti, ma l'impianto analitico che le accompagna resta valido e va letto alla luce del nuovo rinvio, non nonostante esso.
Il primo punto, di CoinShares, riguarda l'entità reale dell'impatto: anche in caso di approvazione, difficilmente la sola normativa basterebbe a sostenere un nuovo ciclo rialzista di lungo periodo. Continueranno a pesare più i fattori macro (liquidità globale, politica della Federal Reserve, andamento del dollaro, flussi verso gli ETF spot su Bitcoin ed Ethereum), e va considerato che i regolatori avrebbero comunque fino a 360 giorni dopo la firma per emanare le norme attuative: gli effetti concreti si vedrebbero solo in modo graduale. Come scrive Butterfill, "la questione più rilevante non è tanto se il provvedimento verrà approvato, quanto quando".
Il secondo punto, di 21shares, sposta l'attenzione dall'accesso alla durata: poiché l'accesso pratico ai principali asset è già garantito dal percorso ETF/ETP, il vero valore della legge è la stabilità giuridica che sottrarrebbe la classificazione degli asset alle oscillazioni politiche di ogni nuova amministrazione.
Sul piano di prezzo, l'analisi di Ndinga sul precedente delle elezioni USA 2024 mostra che Bitcoin non ha reagito in modo statisticamente significativo alle probabilità di uno scenario favorevole se non nelle ultime due settimane di campagna, quando un aumento delle probabilità di un esito favorevole ha coinciso con un rialzo di circa il 25%. Applicando lo stesso schema al CLARITY Act in vista delle elezioni di midterm di novembre, è plausibile attendersi che la sensibilità del mercato alle probabilità di approvazione cresca solo nelle settimane immediatamente precedenti a un voto effettivo, non ora. Sul rischio evitato dalla norma, Ndinga è netto: "si parla comunque di eventi estremi e poco probabili, non di una minaccia immediata".
Il beneficiario indiretto più concreto individuato da 21shares resta la tokenizzazione (un mercato di titoli di stato tokenizzati vicino ai 30 miliardi di dollari), che vedrebbe ridotto il proprio profilo di rischio regolatorio, pur restando esposto a rischi di liquidità indipendenti dall'esito della legge.
Gli asset reali tokenizzati triplicano a $7.4bn poiché la finanza tradizionale guida il passaggio alla blockchain
SFDR 2.0 al bivio: cosa cambia per gli asset manager dopo la proposta del ConsiglioDi DPAM