
Aggiornato:
3 MAR, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha riacceso le tensioni in una delle aree più sensibili per gli equilibri energetici e finanziari globali. I mercati hanno reagito con un rialzo del petrolio, movimenti sulle valute rifugio e un aumento della volatilità.
Tuttavia, secondo gli analisti internazionali, l’impatto strutturale sull’economia globale dipenderà soprattutto dall’evoluzione e dalla durata del conflitto.
Lee Hardman, Senior Currency Analyst di MUFG Bank, evidenzia che “il dollaro statunitense si è rafforzato bruscamente all’inizio di questa settimana, innescato dal conflitto militare in Medio Oriente nel fine settimana.” Hardman sottolinea inoltre che “esiste un rischio maggiore che il conflitto militare in Medio Oriente si riveli più destabilizzante e duraturo, con un impatto di mercato più significativo.”
Sul piano politico, la portata dell’azione appare altrettanto rilevante Paolo Zanghieri, economista senior di Generali AM (parte di Generali Investments), sottolinea infatti bla portata politica dell’azione militare affermando che “gli attacchi coordinati di Israele e Stati Uniti contro l’Iran hanno come obiettivo esplicito un cambio di regime”, aggiungendo che è probabile che “durino molto più a lungo rispetto all’azione limitata osservata nel 2025.”
In questo contesto, si profila un possibile salto di qualità nel conflitto. Adam Hetts, Global Head of Multi-Asset di Janus Henderson Investors, parla di un potenziale salto osserva che gli attacchi “hanno portato a un potenziale inasprimento del conflitto, che potrebbe andare oltre i recenti scontri di breve durata.”
A conferma della rilevanza sistemica dell'area, Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel, ricorda che “gli attacchi aerei statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno riacceso le tensioni in un’area del mondo da sempre cruciale per gli equilibri energetici e finanziari globali.”
Il primo riflesso concreto si è visto sul mercato energetico. Come segnala Lee Hardman (MUFG Bank), la reazione immediata del mercato energetico: “Il prezzo del Brent è inizialmente balzato fino a un massimo di 82,37 dollari nella notte.” Inoltre ricorda che “lo Stretto di Hormuz rappresenta un chokepoint cruciale per l’economia globale, poiché circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale vi transita quotidianamente.”
Proprio su questo punto insiste Paolo Zanghieri (Generali AM), che avverte che “la chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbe ridurre la produzione mondiale di petrolio tra il 15% e il 20%” e precisa che “evitare che i prezzi del petrolio superino i 100 dollari al barile dipende dalla riapertura di Hormuz.”
Allo stesso modo, Adam Hetts (Janus Henderson Investors) ribadisce la centralità dello stretto osservando che “attraverso (lo streeto) passa circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio.” Sui livelli di prezzo aggiunge che “I prezzi attuali del petrolio scontano un conflitto limitato e di durata relativamente breve.”
In termini macroeconomici, 1uindi, come chiarisci, Jeffrey Cleveland (Payden & Rygel) individua chiaramente il canale macroeconomico: “Il vero canale di trasmissione macroeconomico sarebbe rappresentato dall’energia, e in particolare da eventuali interruzioni prolungate nel flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz.”
Se le tensioni dovessero tradursi in un aumento persistente dei prezzi energetici, le implicazioni per la politica monetaria sarebbero rilevanti.
Lee Hardman (MUFG Bank) avverte che “i prezzi dell’energia più elevati ridurranno probabilmente il margine della Fed per ulteriori tagli dei tassi quest’anno” e che la previsione di un dollaro più debole diventa più difficile “se l’inflazione negli Stati Uniti dovesse rimanere più alta più a lungo.”
Dal punto di vista quantitativo, Andrzej Szczepaniak, economista senior di Nomura, quantifica l’impatto sull’inflazione ricordando che “una variazione del 10% nei prezzi del petrolio provoca un impatto di 0,4 punti percentuali sull’inflazione dell’IPCA” e che per il gas “tra il 10% e il 12% dell’aumento dei prezzi del gas naturale si trasferisce sui prezzi del gas per il consumatore.” Tuttavia sottolinea che “i movimenti recenti sono finora sufficientemente contenuti da garantire che la BCE non adotti misure reattive nel breve periodo.”
In linea con questa cautela, Adam Hetts (Janus Henderson Investors) osserva che “gli aumenti dei prezzi del petrolio potrebbero generare un timore inflazionistico globale, che a sua volta potrebbe ridurre la probabilità di tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve.”
Resta però determinante la durata dello shock. Jeffrey Cleveland (Payden & Rygel) chiarisce che solo uno shock persistente cambierebbe lo scenario: “Solo un’impennata persistente del petrolio, tale da incidere in modo significativo su consumi, costi di produzione e margini aziendali, giustificherebbe una revisione profonda delle prospettive di crescita e inflazione.”
Guardando ai precedenti, Jeffrey Cleveland (Payden & Rygel) ricorda che "storicamente, infatti, gli shock geopolitici tendono a produrre reazioni immediate ma spesso di breve durata sui mercati.”
A titolo di esempio, Lee Hardman (MUFG Bank) richiama il precedente del 2022 spiegando che “l’indice del dollaro si è rafforzato bruscamente di quasi il 20% tra febbraio 2022 e settembre 2022.”
Per il momento, comunque, Adam Hetts (Janus Henderson Investors) sottolinea che i movimenti attuali “sono significativi, ma non ancora particolarmente preoccupanti nel quadro più ampio delle implicazioni per gli investimenti.”
Parallelamente, alcune valute rifugio hanno mostrato una dinamica più robusta. Lee Hardman (MUFG Bank) evidenzia che “la corona norvegese e il franco svizzero hanno sovraperformato insieme al dollaro USA.”
In caso di ulteriore aumento dell’incertezza, Adam Hetts (Janus Henderson Investors) osserva che ciò “renderebbe probabilmente più attraenti i titoli sovrani dei mercati sviluppati globali, compresi i Treasury statunitensi, e le valute rifugio.”
Sul fronte delle asset class, Jeffrey Cleveland (Payden & Rygel) sottolinea che “le tensioni geopolitiche tendono a colpire più direttamente i mercati azionari… mentre il comparto obbligazionario – specie quello di alta qualità – spesso beneficia di flussi verso beni rifugio.”
In ultima analisi, la variabile decisiva resta la durata del conflitto. Lee Hardman (MUFG Bank) avverte che “esiste un rischio maggiore che il conflitto militare in Medio Oriente si riveli più destabilizzante e duraturo.” Paolo Zanghieri (Generali AM) aggiunge che “un’interruzione parziale mediante attacchi sporadici alle navi… potrebbe far salire i prezzi a 90 dollari o più.”
Tuttavia, Adam Hetts (Janus Henderson Investors) precisa che “cambiamenti così significativi nelle dinamiche di mercato richiederebbero un protrarsi del conflitto.”
Alla luce di questi elementi, la parola chiave resta prudenza. Adam Hetts (Janus Henderson Investors) raccomanda infatti di “adottare una visione a lungo termine degli investimenti piuttosto che reagire alla volatilità a breve termine.” Analogamente, Jeffrey Cleveland (Payden & Rygel) invita alla cautela ricordando che “la storia insegna che non ogni escalation politica si traduce automaticamente in uno shock macroeconomico permanente.”
Molto dipenderà, infine, dai dati sull’inflazione e dalle decisioni della Fed. Come osserva Lee Hardman (MUFG Bank), determinate scelte di politica monetaria “saranno più difficili da giustificare se l’inflazione negli Stati Uniti dovesse rimanere più alta più a lungo.”