
20 GEN, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha minacciato di imporre tariffe aggiuntive fino al 25% su alcune importazioni europee qualora i Paesi rafforzino o mantengano l’invio di truppe e materiali in Groenlandia. L’avvertimento, che arriva nel pieno dell’aumento dell’attività militare nell’Artico, riaccende le tensioni sullo status dell’isola – territorio autonomo del Regno di Danimarca – e introduce un nuovo elemento di incertezza per gli investitori.
Secondo fonti della Casa Bianca, le tariffe allo studio sono legate al rifiuto di Copenaghen e di altri governi europei di accettare un controllo più diretto della Groenlandia, considerata “strategica” per la sicurezza USA. La Danimarca ha ampliato il proprio dispiegamento nell’isola e ha coordinato l’invio di contingenti di alleati europei per esercitazioni e missioni di vigilanza; Francia, Germania, Regno Unito, Paesi nordici e altri partner definiscono tali operazioni coerenti con la difesa del fianco nord della NATO e la protezione di rotte e infrastrutture artiche.
Secondo Kaspar Hense, Senior Portfolio Manager Investment Grade di RBC BlueBay, i mercati stanno cercando di capire se le minacce di Donald Trump rientrino nella consueta strategia negoziale del presidente o se rappresentino un cambiamento più profondo. Come osserva Hense, “sui mercati c’è una notevole incertezza sul fatto che le minacce tariffarie di Trump siano l’ennesimo evento TACO (Trump Always Chickens Out)”, suggerendo che i dazi potrebbero essere utilizzati come strumento di pressione in vista degli incontri con i leader europei a Davos. In questo scenario, “dopo il World Economic Forum, i mercati potrebbero tornare sui livelli precedenti”.
Tuttavia, Hense sottolinea anche che dietro le minacce tariffarie potrebbe esserci una motivazione più concreta. In particolare, evidenzia che “Trump ha bisogno delle entrate tariffarie pianificate, pari a circa 200 miliardi di dollari l’anno”, soprattutto alla luce di una possibile decisione imminente della Corte Suprema statunitense in materia di tariffe. Questo rende i dazi non solo una tattica politica, ma anche una leva fiscale rilevante.
Il pericolo maggiore, secondo Christian Schulz, Chief Economist di Allianz Global Investors, è che il collegamento tra dazi e Groenlandia trasformi una disputa diplomatica in una minaccia economica sistemica. Schulz avverte che “collegando i dazi al conflitto per la Groenlandia, gli Stati Uniti potrebbero aver trasformato una disputa diplomatica in una minaccia economica tangibile”, aumentando il rischio di un’escalation incontrollata.
Schulz ricorda inoltre che Trump ha annunciato un aumento immediato delle tariffe, spiegando che “sabato 17 gennaio, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato un aumento del dazio del 10 punti percentuali… sulle importazioni provenienti da otto paesi europei”, con la minaccia di ulteriori aumenti qualora gli Stati Uniti non riuscissero ad acquisire la Groenlandia. Secondo l’economista, se l’Unione Europea rispondesse con misure di ritorsione, “lo scontro potrebbe evolvere da una disputa tariffaria bilaterale tra Stati Uniti e Europa a una guerra commerciale globale”, con un forte shock stagflazionario.
Un elemento chiave, secondo Schulz, sarà il comportamento dei mercati finanziari. Come sottolinea, “i mercati finanziari saranno un indicatore chiave per valutare se la confrontazione si attenua nel breve termine o, al contrario, si trasforma in uno shock economico destabilizzante”. Una reazione negativa degli investitori potrebbe infatti aumentare rapidamente il costo politico ed economico dell’escalation per Washington.
Secondo Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments, è importante contestualizzare le dichiarazioni di Trump. Willis ricorda che “non si tratta di un ordine esecutivo, ma esclusivamente di una dichiarazione diffusa sui social media”, elemento che spiega perché i mercati, almeno finora, abbiano reagito in modo contenuto. In passato, osserva Willis, “un’iniziativa che era stata in larga parte ignorata dai mercati finanziari” aveva già seguito uno schema simile.
Un altro punto cruciale riguarda la base giuridica dei dazi. Willis sottolinea che tali misure farebbero leva sull’International Emergency Powers Act, “sollevando interrogativi significativi sulla loro legittimità giuridica”, una questione che dovrà essere chiarita dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Dal lato europeo, aggiunge, “i leader dispongono di ampi margini di manovra per reagire, con diverse opzioni di ritorsione a livello di Unione Europea”, inclusa la possibilità di introdurre dazi su 93 miliardi di euro di beni statunitensi.
Dal punto di vista dei mercati obbligazionari, Hense avverte che un’escalation prolungata potrebbe avere effetti globali. In particolare, “se la disputa sulla Groenlandia dovesse continuare a intensificarsi, è del tutto possibile che gli investitori europei inizino a vendere titoli di Stato statunitensi”. Questo potrebbe esercitare pressioni sui tassi di interesse a livello globale e, paradossalmente, colpire anche gli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, l’Europa potrebbe trovarsi ad affrontare maggiori esigenze di finanziamento, ad esempio per la difesa, con un aumento dell’offerta di debito. Secondo Hense, “questa offerta aggiuntiva potrebbe essere assorbita dagli investitori europei”, ridisegnando le preferenze di allocazione dei fondi.
Willis conclude osservando che, anche se l’impatto diretto dei dazi potrebbe essere limitato, il segnale politico è molto più rilevante. Come sottolinea, “il punto più rilevante è la disponibilità degli Stati Uniti a esercitare una pressione significativa su alleati politici e militari”, mettendo in discussione la stabilità dell’alleanza transatlantica. Non a caso, avverte che “stanno emergendo crepe significative nell’alleanza transatlantica”, destinate ad alimentare ulteriore incertezza sui mercati finanziari.
Nel complesso, pur non essendo ancora definitivi, “i dazi annunciati continuano a riflettersi sui mercati”, che per ora mostrano una tenuta relativa, ma restano esposti a un rischio geopolitico crescente che i gestori di fondi non possono più permettersi di ignorare.