
12 SET, 2025
Di Valeur Group

Autore: Aleksandra Milan Cortegiano, Director di Valeur Group
Negli ultimi anni, la gestione passiva ha trasformato i mercati, offrendo agli investitori esposizione a basso costo tramite fondi indicizzati ed ETF. Questo approccio ha funzionato bene soprattutto nelle azioni, dove trasparenza ed efficienza rendono difficile battere i benchmark. Tuttavia, applicare la stessa logica al reddito fisso è rischioso: le peculiarità dei mercati obbligazionari rendono la gestione attiva spesso indispensabile.
A differenza delle azioni, le obbligazioni sono negoziate prevalentemente over-the-counter, in mercati frammentati e opachi. La scoperta dei prezzi è lenta e inefficiente, come dimostrato da vari studi accademici. Inoltre, i benchmark obbligazionari includono migliaia di titoli, molti dei quali poco scambiati, offrendo opportunità ai gestori attivi per selezionare meglio e negoziare con più efficienza.
Un ulteriore limite riguarda la costruzione degli indici: il peso dei titoli dipende dall’ammontare di debito emesso, non dalla qualità. Così, gli emittenti più indebitati hanno più spazio negli indici, esponendo i fondi passivi a rischi non ottimali. I gestori attivi, al contrario, possono evitare sovraesposizioni e orientare i portafogli verso emittenti più solidi o con rendimenti più interessanti.
Le inefficienze di mercato rafforzano il ruolo della gestione attiva. Studi mostrano che il rischio di liquidità incide in modo determinante sui rendimenti: i titoli meno liquidi offrono premi che i fondi passivi non riescono a cogliere. I gestori attivi possono sfruttare dislocazioni temporanee, evitare operazioni affollate e adottare strategie più sofisticate. Un esempio concreto riguarda i titoli di Stato italiani: investendo in obbligazioni emesse dallo stesso emittente, ma in valute diverse dall’euro e coprendo il rischio di cambio, è possibile ottenere un rendimento superiore di circa 0,60% annuo rispetto ai BTP benchmark, arrivando quasi al 4,0% contro il 3,3% di questi ultimi.
La gestione attiva offre anche grande flessibilità nel controllo dei rischi. È possibile regolare la duration in base alle mosse delle banche centrali, variare l’esposizione al credito passando da investment grade a high yield o mercati emergenti, sfruttare le forme della curva dei rendimenti, gestire attivamente valuta e inflazione. La gestione passiva, vincolata agli indici, non consente queste manovre.
I dati di performance confermano: se nelle azioni la maggior parte dei fondi attivi non supera i benchmark, nel reddito fisso molti fondi attivi, soprattutto “core plus”, hanno sovraperformato negli ultimi dieci anni. Nei segmenti high yield ed emergenti oltre il 60% dei fondi attivi ha fatto meglio degli indici, contro il 25% dei fondi azionari large cap.
Va sottolineato anche l’impatto relativo dell’alfa. Nei mercati azionari, con rendimenti attesi tra 6% e 10%, un extra-rendimento dell’1% migliora i risultati del 10-15%. Nel reddito fisso, dove i rendimenti sono spesso 3-5%, lo stesso +1% equivale a un incremento del 20-30%. Considerando il ruolo cruciale delle obbligazioni — protezione del capitale, reddito e diversificazione — anche piccoli miglioramenti possono incidere molto sugli obiettivi di portafoglio senza aumentare il rischio.
Queste ragioni spiegano perché la gestione attiva nel reddito fisso non sia un retaggio del passato, ma uno strumento chiave per affrontare mercati complessi, poco trasparenti e meno efficienti. La crescente consapevolezza degli investitori lo dimostra: nel 2024 gli ETF obbligazionari attivi hanno raccolto 3,7 miliardi di dollari, in forte crescita rispetto al 2023; il trend sta continuando nel 2025 con raccolta quasi raddoppiata, segnalando un nuovo anno record.
Con tassi in calo e margini di rendimento ridotti, la capacità della gestione attiva di generare alfa diventa oggi ancora più preziosa.