
21 OTT, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Lo State Street 2026 Digital Assets Study, giunto alla quinta edizione, conferma che la tokenizzazione sta uscendo dalla fase sperimentale. Il 63% delle istituzioni intervistate dichiara di gestire già asset digitali o di avere accordi pronti per farlo, mentre cresce la convinzione che l'adozione diventi mainstream entro cinque anni.
Il dato più rilevante riguarda l'orizzonte dei tre anni: oltre la metà degli intervistati prevede cambiamenti sostanziali nella custodia, nei pagamenti e nell'emissione dei fondi. Lo studio quantifica anche i benefici attesi, con risparmi stimati tra il 18% e il 26% a seconda dell'area operativa coinvolta.
Secondo la Figura 3 dello studio, il 66% degli intervistati prevede che la custodia sarà l'area operativa più toccata dalla tokenizzazione nei prossimi tre anni. Seguono i pagamenti (54%), l'emissione dei fondi (51%), la gestione del collaterale (45%) e l'amministrazione dei fondi (41%). Solo il 25% cita la funzione di depositario.
| Area operativa | % intervistati |
|---|---|
| Custodia | 66% |
| Pagamenti | 54% |
| Emissione dei fondi | 51% |
| Gestione del collaterale | 45% |
| Amministrazione dei fondi | 41% |
| Funzione di depositario | 25% |
| Altro | 4% |
Tra le priorità strategiche indicate nella Figura 4, l'emissione e la tokenizzazione dei fondi guidano la classifica con il 52%, davanti all'emissione e tokenizzazione di altri asset (46%). Seguono l'amministrazione digitale dei fondi (41%) e i servizi di custodia digitale (38%). I fondi monetari tokenizzati raccolgono il 33%, mentre la distribuzione digitale si ferma al 28%.
Lo studio collega la tokenizzazione all'intelligenza artificiale: il 57% degli intervistati la considera uno strumento critico o molto importante per le operazioni sugli asset digitali, soprattutto in aree come la generazione di smart contract, la cybersecurity e l'analisi dei dati. Un fenomeno simile si osserva nell'adozione dell'IA agentica nelle banche italiane, dove solo il 3% l'ha integrata a livello aziendale, ma il 79% la sta già testando.
Il beneficio più citato è la riduzione dei costi operativi: il 53% degli intervistati la considera il principale vantaggio della tokenizzazione, seguita dalla crescita dei ricavi (26%) e dal miglioramento dei rendimenti (20%). I driver principali indicati sono il regolamento più rapido delle transazioni, la liquidità e l'acquisizione di nuovi clienti.
Le stime quantificano il beneficio: i risparmi attesi oscillano tra il 18% e il 26% a seconda dell'area operativa misurata. Il miglioramento dei rendimenti d'investimento si colloca tra il 18% e il 25%, mentre la crescita dei ricavi resta più contenuta, tra l'11% e il 16%.

Nonostante la crescente preparazione operativa, le allocazioni effettive restano modeste: la media attuale si attesta all'11% degli asset digitali, con una crescita prevista al 17% nei prossimi tre anni. Lo scorso anno i valori erano rispettivamente del 7% e del 16%, segno di un'accelerazione progressiva.
La quinta edizione dello studio mantiene il formato delle precedenti, con un campione globale di circa 300 dirigenti senior di asset manager e asset owner. Tra le barriere indicate dagli intervistati spicca la mancanza di chiarezza normativa (46%), seguita dalla scarsa armonizzazione tra giurisdizioni (34%).
Il quadro operativo si inserisce nel percorso già descritto dallo stesso studio sui fondi tokenizzati, dove l'84% degli istituzionali punta su versioni tokenizzate di prodotti già esistenti. I due fenomeni, trasformazione operativa e lancio di prodotti, procedono in parallelo e condividono la stessa finestra temporale di tre anni.