17 SET, 2026

Di Jamie Patton di TCW

Di Tiffany Wilding di PIMCO

Il rialzo dei tassi della Fed deciso lo scorso settembre, il primo dal 2023, arriva in un momento in cui le determinanti dell'inflazione statunitense si sono spostate lontano dal mercato del lavoro. Le pressioni sui prezzi restano legate a fattori dal lato dell'offerta, come dazi, energia e la domanda connessa all'intelligenza artificiale, più che a una crescita salariale eccessiva.
La riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) ha rispettato le attese del mercato con un aumento di 25 punti base, ma ha anche segnalato la possibilità di un ulteriore rialzo entro fine anno. La reazione dei mercati, tra azioni in calo e dollaro in rafforzamento, riflette il dubbio se la politica monetaria possa davvero incidere su shock di offerta che sfuggono al controllo delle banche centrali. Due letture professionali offrono prospettive complementari su questo scenario.
Tiffany Wilding, Economista di PIMCO, osserva che il FOMC ha motivato la decisione come un tentativo di "favorire un ritorno più tempestivo all'obiettivo del 2% fissato dal Comitato". L'indice PCE core, la misura preferita dalla Fed, viaggia sopra il 3% su base annua, mentre l'inflazione headline è salita insieme ai prezzi dell'energia.
Per Jamie Patton, Managing Director e Co-Head of Global Rates di TCW, "il punto più interessante è se la politica monetaria sia in grado di risolvere un problema di inflazione sempre più alimentato da fattori legati all'offerta", più che il rialzo di 25 punti base in sé, ampiamente previsto dopo le tensioni sui rendimenti dei Treasury.
Entrambi gli analisti concordano sul fatto che il FOMC abbia segnalato un ulteriore aumento nel corso dell'anno, e Patton (TCW) osserva che la reazione dei mercati, azioni in calo, quotazioni legate all'inflazione in flessione, rendimenti a breve in salita e dollaro più forte, riflette l'attesa di condizioni finanziarie più restrittive piuttosto che una convinzione che i tassi risolvano le cause profonde dell'inflazione.
Wilding (PIMCO) attribuisce buona parte della pressione recente a shock dal lato dell'offerta e ad aggiustamenti una tantum dei prezzi legati ai dazi, all'approvvigionamento energetico e alla domanda connessa all'intelligenza artificiale. Secondo l'economista, la Fed normalmente non terrebbe conto di questi shock nella propria politica, ma il persistere di un'inflazione elevata giustifica un intervento volto ad ancorare le aspettative.
Le prospettive sull'energia restano incerte per le tensioni geopolitiche, tuttavia Wilding prevede che l'inflazione headline si avvicini all'obiettivo entro la prossima primavera, quando l'effetto base dello shock energetico iniziale uscirà dal calcolo annuo. Allo stesso tempo, Patton (TCW) ricorda che la politica monetaria non può generare più petrolio o manodopera, né ridurre i dazi.
Per Wilding (PIMCO), il mercato del lavoro statunitense non è oggi il motore dell'inflazione. La crescita nominale dei salari ha rallentato, l'aumento della produttività ha contenuto il costo del lavoro per unità di prodotto e la quota di reddito spettante al lavoro è diminuita, ampliando il divario tra inflazione al consumo e costi del lavoro sostenuti dalle imprese.
Forze strutturali rafforzano questa lettura: l'invecchiamento della popolazione riduce l'offerta di lavoro, mentre l'intelligenza artificiale sta trasformando assunzioni e potere contrattuale dei lavoratori. Wilding collega le pressioni inflazionistiche residue più ai profitti societari e alla ricchezza accumulata che ai salari, in una dinamica coerente con un'economia a forma di K.
Patton (TCW) è netto: "la politica monetaria non può generare più petrolio o più manodopera, né ridurre i dazi; può però rendere le condizioni finanziarie sufficientemente restrittive da indurre la domanda a farsi da parte, allentando così la pressione inflazionistica".
D'altra parte, Wilding (PIMCO) osserva che, poiché il mercato del lavoro non mostra pressioni inflazionistiche e la produttività resta robusta, l'inflazione sottostante potrebbe rallentare da sola man mano che si attenua l'impatto dei dazi. Le due letture convergono su un punto: il margine di manovra della Fed è più limitato di quanto suggerisca il solo tasso di riferimento.
Wilding (PIMCO) descrive un presidente Kevin Warsh che ha caratterizzato il rialzo come la rimozione di una "dose" di accomodamento monetario, un linguaggio più aggressivo rispetto ad altri membri del FOMC, che definiscono la politica monetaria neutrale o solo leggermente restrittiva.
A Jackson Hole, Warsh aveva già avvertito che la Fed deve essere "sicura che l'inflazione sottostante si stia muovendo verso il suo obiettivo del 2%, in modo chiaro e a una velocità sufficiente", altrimenti "c'è ancora del lavoro da fare". Per Wilding, questo suggerisce un orientamento più restrittivo di quanto implicito nel SEP.
Patton (TCW) osserva che la Fed non è sola in questa fase: anche la Banca Centrale Europea ha alzato i tassi la scorsa settimana, un segnale che le principali banche centrali privilegiano la credibilità antinflazione di fronte a shock sempre più frequenti e asimmetrici.
Le due letture, quella più strutturale di PIMCO e quella più orientata ai mercati di TCW, convergono su una tesi comune: il rialzo dei tassi della Fed di settembre risponde a un'inflazione sempre più determinata da fattori di offerta e da un cambio di stile comunicativo sotto Warsh, non da un mercato del lavoro surriscaldato.
Per gli investitori, la domanda strategica non è se la Fed alzerà ancora i tassi, ma se una politica monetaria pensata per la domanda possa davvero correggere shock che nascono altrove, dai dazi all'energia, fino all'intelligenza artificiale.