
26 MAR, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Secondo il report “Economic Outlook Europe Q2 2026: Global Shock Leaves Recovery Uncertain”, pubblicato da S&P Global Ratings il 25 marzo 2026, l’economia europea si trova nuovamente esposta a uno shock esogeno in una fase particolarmente delicata del ciclo. Dopo aver progressivamente assorbito gli effetti della pandemia e della crisi energetica del 2022, il continente sembrava avviato verso una stabilizzazione della crescita e un graduale rientro dell’inflazione. Tuttavia, il nuovo conflitto in Medio Oriente e le sue ripercussioni sui mercati energetici globali hanno interrotto questa traiettoria, riportando in primo piano rischi macroeconomici significativi e aumentando l’incertezza sulle decisioni di politica monetaria e sulle prospettive di crescita nel medio termine.
Lo scoppio della guerra in Medio Oriente ha rappresentato un punto di rottura per le prospettive economiche europee. L’impatto sui prezzi del petrolio e del gas ha alterato in modo sostanziale il quadro macroeconomico previsto a inizio anno, quando l’Europa appariva vicina a completare il riequilibrio dopo due shock senza precedenti.
Le nuove stime indicano una crescita del PIL pari all’1% nel 2026 sia per l’Eurozona sia per il Regno Unito, in calo rispetto alle previsioni precedenti. Parallelamente, l’inflazione è stata rivista al rialzo, con un livello del 2,4% nell’area euro. Questo deterioramento riflette principalmente l’aumento dei costi energetici, che agisce come un freno sia sulla domanda interna sia sulle prospettive di investimento.
L’analisi evidenzia come le due principali componenti energetiche abbiano effetti distinti ma complementari sull’inflazione. Il petrolio genera un impatto immediato, trasferendosi rapidamente sui prezzi al consumo, in particolare sui carburanti. Il gas, invece, presenta una trasmissione più lenta ma persistente, a causa della regolamentazione dei prezzi al dettaglio e dei meccanismi di aggiornamento tariffario.
Questa differenza implica che mentre il petrolio produce uno shock inflattivo iniziale, il gas tende a prolungarne la durata nel tempo. Le stime indicano che l’effetto del gas potrebbe estendersi fino al 2028, con un picco nel 2027, aumentando il rischio di effetti di secondo livello su beni essenziali come gli alimenti.
Il rallentamento dei consumi rappresenta una delle conseguenze più immediate dello shock energetico. Dopo essere stati il principale motore della crescita nel 2025, i consumi delle famiglie sono destinati a indebolirsi nel 2026.
L’aumento dell’inflazione riduce il potere d’acquisto, mentre il mercato del lavoro mostra segnali di raffreddamento. La diminuzione delle offerte di lavoro e il rallentamento della crescita salariale contribuiscono a un contesto meno favorevole per la spesa. Sebbene i livelli di risparmio rimangano relativamente elevati, fungendo da cuscinetto temporaneo, l’incertezza crescente limita la propensione delle famiglie a ridurli.
Il nuovo scenario inflattivo costringe le banche centrali a intervenire con maggiore rapidità rispetto al passato. A differenza della fase post-pandemica, l’inflazione di fondo è già sopra gli obiettivi, riducendo lo spazio per un atteggiamento attendista.
La Banca Centrale Europea dovrebbe iniziare ad aumentare i tassi già nel secondo trimestre del 2026, anticipando significativamente le aspettative precedenti. Anche la Bank of England è orientata verso una stretta monetaria, con uno o due rialzi nel corso dell’anno. Questo cambio di approccio riflette la volontà di evitare il disancoraggio delle aspettative inflattive e di contenere gli effetti di secondo livello.
Nonostante il peggioramento del quadro complessivo, alcune dinamiche continuano a sostenere l’economia europea. Il ruolo della Germania resta centrale, grazie a un programma di stimolo fiscale che dovrebbe contribuire in modo significativo alla crescita nel 2026, con effetti positivi anche sugli altri Paesi.
Parallelamente, gli investimenti privati hanno mostrato una sorprendente resilienza nel 2025, sostenuti da condizioni finanziarie favorevoli e solidità dei bilanci aziendali. Tuttavia, la loro evoluzione nel 2026 dipenderà dalla durata e dall’intensità dello shock energetico.
Un ulteriore elemento di supporto è rappresentato dalla trasformazione digitale, che continua a contribuire in modo rilevante alla crescita, all’occupazione e alle esportazioni, confermandosi uno dei principali driver strutturali dell’economia europea.
Le recenti modifiche ai dazi statunitensi offrono un sollievo limitato ma significativo per alcuni settori europei, in particolare quelli ad alta tecnologia e farmaceutici. Tuttavia, il beneficio complessivo per l’economia resta contenuto e pari a circa lo 0,1% del PIL.
Inoltre, l’apertura di nuove indagini commerciali da parte degli Stati Uniti introduce un ulteriore elemento di incertezza, con il rischio di nuove misure restrittive già nel breve termine.
L’aumento della spesa per la difesa, pur significativo in termini politici, ha finora avuto un impatto limitato sulla crescita economica. Ciò è dovuto principalmente al fatto che una parte rilevante della spesa si traduce in importazioni di equipaggiamenti militari, riducendo il contributo netto al PIL.
Anche nel medio periodo, il contributo atteso resta modesto, suggerendo che la difesa non rappresenterà un motore significativo della crescita europea.
In uno scenario più severo, caratterizzato da un forte aumento del prezzo del petrolio, l’impatto sull’economia europea potrebbe essere rilevante. L’inflazione aumenterebbe ulteriormente, mentre la crescita subirebbe una contrazione significativa, con il rischio di una recessione tecnica nel corso del 2026.
In questo contesto, le banche centrali si troverebbero di fronte a un difficile compromesso tra la necessità di contenere l’inflazione e il rischio di aggravare la debolezza economica attraverso una politica monetaria più restrittiva.