11 MAG, 2026

Di Stefano Gatti

Le tensioni geopolitiche sono tornate a scuotere i mercati internazionali. Non si tratta soltanto dell’incertezza legata alla durata dei conflitti in corso, ma anche – e sempre più – della difficoltà di delineare scenari plausibili per i prossimi mesi e di valutarne le conseguenze macroeconomiche. In questo contesto, torna con forza una domanda centrale, particolarmente rilevante per gli investitori istituzionali: quali sono le implicazioni su inflazione, tassi e crescita in presenza di un nuovo shock petrolifero?
In ambito economico, gli shock energetici rappresentano il caso più tipico di shock dell’offerta. Un aumento repentino dei prezzi dell’energia si traduce infatti in un incremento dei costi di produzione e di trasporto, comprimendo i margini delle imprese e riducendo il potere d’acquisto delle famiglie. Il risultato è spesso un equilibrio fragile, caratterizzato da inflazione in accelerazione e crescita in rallentamento: la stagflazione. Uno scenario che implica una gestione più complessa del trade-off tra rendimento e preservazione del capitale nel lungo periodo.
Guardando alla storia recente, è possibile individuare diversi episodi che presentano analogie con la fase attuale. L’embargo OAPEC del 1973–74 determinò una quasi quadruplicazione del prezzo del greggio, passato da 2,90 a 11,65 dollari al barile in pochi mesi. La crisi iraniana del 1978–79, tra riduzione dell’offerta e aumento della domanda precauzionale, portò a un forte rialzo dei prezzi, in un contesto in cui la Federal Reserve, già preoccupata dall’inflazione, irrigidì la politica monetaria: il federal funds rate salì dal 6,9% di aprile 1978 al 10% entro fine anno, anticipando il successivo “Volcker shock”. Nel 1990–91, durante la Guerra del Golfo, l’aumento dei prezzi energetici fu rapido ma relativamente breve: tra luglio e ottobre 1990 il petrolio passò da circa 17 a circa 36 dollari al barile, contribuendo ad un temporaneo aumento dell’inflazione e ad un rallentamento dell’attività nei paesi avanzati. Più recentemente, nel 2007–08, il super-ciclo delle materie prime portò il WTI a 145 dollari al barile il 3 luglio 2008: sebbene la crisi finanziaria fosse il principale fattore del successivo crollo, il caro energia aggravò ulteriormente il contesto, penalizzando consumi e settori industriali energivori.
Gli elementi ricorrenti sono chiari: gli shock energetici tendono a rendere più persistente l’inflazione headline, a limitare la capacità delle banche centrali di mantenere politiche accomodanti e a frenare la crescita economica. Le conseguenze sono particolarmente rilevanti per gli asset più sensibili ai tassi – quindi a lunga duration – e, più in generale, per la costruzione strategica dei portafogli degli investitori istituzionali, che devono gestire orizzonti temporali estesi e vincoli di rischio stringenti.
Il contesto attuale presenta diverse analogie. A metà marzo, il Brent si è stabilizzato nell’area 104–106 dollari al barile (ad esempio 104,86 dollari il 16 marzo), in un quadro caratterizzato da forti timori sulla sicurezza dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz. Da allora, la dinamica dei prezzi è rimasta estremamente volatile: tra fine febbraio e metà aprile, i future sul Brent hanno registrato un rialzo superiore al 50%, accompagnato da ampie oscillazioni giornaliere. A metà aprile 2026, le quotazioni risultano nuovamente comprese tra 112 e 115 dollari al barile. Sul fronte dei prezzi al consumo, i dati più recenti confermano che il processo di disinflazione è meno lineare rispetto alle attese. Nell’Eurozona, l’inflazione ha raggiunto il 2,5% a marzo 2026, in aumento rispetto all’1,9% di febbraio. La componente core (HICP al netto di energia, alimentari, alcol e tabacco) si è attestata al 2,3%, in lieve calo rispetto al 2,4% del mese precedente, ma comunque indicativa di una dinamica sottostante ancora resiliente. In Italia, le stime indicano un’inflazione pari a +1,5% su base annua (HICP) a marzo, sostanzialmente stabile rispetto a febbraio.
Il quadro complessivo appare quindi più fragile rispetto a pochi mesi fa. L’inflazione headline è tornata su livelli prossimi o superiori al 2%, mentre la componente dei servizi continua a rappresentare una quota significativa – circa 1,5 punti percentuali – dell’inflazione complessiva, con una dinamica generalmente più rigida. In questo contesto, un ulteriore shock petrolifero potrebbe interrompere rapidamente il percorso di disinflazione e riaccendere le pressioni sulla politica monetaria, un aspetto che per gli investitori istituzionali si traduce in maggiore incertezza nella gestione della duration e nell’allocazione obbligazionaria.
Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dal pass-through energetico. Evidenze empiriche indicano che uno shock di offerta sul gas in grado di aumentare i prezzi del 10% può tradursi in un incremento dell’inflazione headline dell’area euro di circa 0,6 punti percentuali dopo un anno, attraverso un meccanismo di trasmissione in gran parte indiretto lungo la catena dei costi. Se i prezzi dell’energia dovessero mantenersi su livelli elevati, tornerebbe quindi plausibile uno scenario di tassi più alti per un periodo più prolungato, con implicazioni dirette per le strategie di asset allocation.
Le più recenti proiezioni macroeconomiche indicano una crescita dell’Eurozona nel 2026 pari a +0,9% e un’inflazione al 2,6%, riflettendo l’impatto dello shock energetico e dell’incertezza geopolitica, pur in presenza di un’ipotesi di graduale rientro dei prezzi energetici. In questo contesto, la BCE – con un tasso sui depositi attualmente al 2% – potrebbe mantenere un approccio prudente, contribuendo a prolungare la fase di volatilità sui mercati.
Alla luce di queste dinamiche, è ragionevole attendersi che la volatilità resti elevata nel breve termine. Per gli investitori istituzionali diventa quindi centrale preservare la flessibilità dei portafogli e rafforzare la capacità di adattamento a scenari in rapido mutamento. Sul fronte degli strumenti liquidi, ciò può tradursi in un maggiore utilizzo di opzioni e strategie di copertura, anche sul rischio valutario; sul versante degli investimenti illiquidi, può risultare opportuno privilegiare soluzioni in grado di generare flussi di cassa più regolari, contribuendo a sostenere la stabilità complessiva del portafoglio.
In definitiva, la combinazione di shock energetici, inflazione persistente e crescita sotto pressione richiede un’evoluzione dell’approccio all’asset allocation. In un contesto strutturalmente più incerto, per gli investitori istituzionali la gestione attiva del rischio e la flessibilità operativa diventano elementi imprescindibili per affrontare le sfide dei mercati e preservare la coerenza degli obiettivi di lungo periodo.
Le informazioni, opinioni e stime contenute nel presente documento riflettono un’opinione espressa alla data originale di pubblicazione e sono soggette a rischi e incertezze che potrebbero far sì che i risultati reali differiscano in maniera sostanziale da quelli qui presentati.