4 DIC, 2025

Di Stephen Coltman di 21Shares

Di Charlotte Peuron di Crédit Mutuel Asset Management

Di Nitesh Shah di WisdomTree

Il primo trimestre del 2026 ha consegnato agli investitori un mercato dell'oro straordinariamente volatile: da un massimo storico sfiorato a gennaio, vicino ai 5.600 dollari l'oncia, a una correzione brusca fino a circa 4.100 dollari a marzo, per poi risalire oltre i 4.600 dollari nel giro di pochi giorni. Un movimento che ha messo alla prova i modelli previsionali tradizionali e che riflette la complessità di forze strutturali ormai difficili da leggere con i soli strumenti macro.
Esperti di WisdomTree, Ofi Invest Asset Management, Crédit Mutuel Asset Management e 21shares analizzano i tre assi portanti dell'outlook: il ruolo delle banche centrali, la posizione del dollaro e le prospettive per il resto del 2026 e il 2027.
Il ruolo delle banche centrali come motore della domanda aurea resta centrale, ma il quadro si è fatto più articolato rispetto agli anni precedenti. Nitesh Shah, Head of Commodities and Macroeconomic Research di WisdomTree, osserva che gli acquisti delle banche centrali potrebbero essere sistematicamente sottostimati: "i dati delle statistiche finanziarie internazionali tendono notoriamente a sottostimare l'attività delle banche centrali", con acquisti reali che potrebbero essere "da tre a quattro volte superiori alle cifre riportate". A titolo di esempio, la Cina ha dichiarato acquisti pari a soli 27 tonnellate nel 2025, una cifra che Shah ritiene probabilmente inferiore al volume effettivo.
Charlotte Peuron, Gestore di fondi specializzato in metalli preziosi presso Crédit Mutuel Asset Management, fornisce il dato più recente disponibile: le banche centrali sono rimaste acquirenti netti con acquisti che hanno superato le 244 tonnellate nel primo trimestre del 2026 (Fonte: Bloomberg, Q1 2026). Peuron sottolinea come questa tendenza rimanga uno dei fondamentali strutturali più robusti per il metallo prezioso, indipendentemente dall'andamento del ciclo geopolitico a breve termine.
La lettura di Shah si arricchisce di un elemento inedito rispetto alle narrative più diffuse: Tether (l'emittente di asset digitali) si è affermato come compratore rilevante, con acquisti stimati tra le 60 e le 70 tonnellate nel corso del 2025, un volume paragonabile a quello di acquirenti sovrani come il Kazakistan o il Brasile. A questa domanda non tradizionale si aggiungono le compagnie assicurative cinesi, i fondi pensione indiani e gli afflussi crescenti verso gli ETF sull'oro in Asia.
Tuttavia, non mancano episodi in controtendenza. Shah cita il caso della Turchia, che ha mobilizzato circa 58-60 tonnellate in due settimane attraverso vendite e swap per difendere la lira. Un'azione che, a prima vista, potrebbe sembrare negativa per il prezzo dell'oro, ma che Shah reinterpreta in modo opposto: "esse rafforzano il suo ruolo di asset di riserva altamente liquido e affidabile. Sia gli investitori che le banche centrali si rivolgono all'oro nei periodi di crisi, non per rifiutare l'asset, ma per confermarne l'utilità." I precedenti storici (come il terremoto turco del 2023, dopo il quale le riserve furono ricostituite nei mesi successivi) suggeriscono che pattern simili potrebbero ripetersi.
L'indebolimento del dollaro è spesso citato come fattore favorevole all'oro, ma il meccanismo sottostante è più complesso di quanto la narrativa mainstream suggerisca. Stephen Coltman, Head of Macroeconomics di 21shares, offre una chiave di lettura originale: il vero motore strutturale non sarebbe tanto la svalutazione del dollaro in sé, quanto l'enorme surplus commerciale cinese e le dinamiche di liquidità che genera.
Secondo Coltman, il sistema bancario cinese stampa yuan per acquistare dollari, impedendo un rafforzamento della propria valuta: "il boom di liquidità che ne consegue è ciò che alimenta la domanda di oro e di altri asset senza rischio di controparte." I dati che cita sono eloquenti: il valore delle azioni del GLD (il più grande ETF sull'oro quotato negli Stati Uniti) è rimasto sui livelli del 2020, mentre il valore del principale fondo sull'oro quotato in Cina è quintuplicato nello stesso arco temporale. E "tutti i guadagni dal 2019 si sono verificati durante la sessione di trading asiatica."
Questa lettura spiega anche, specularmente, la correzione dell'oro dall'inizio del conflitto in Iran: le economie dipendenti dalle importazioni di energia hanno subito una fuga di capitali e una contrazione della liquidità interna che le ha spinte a liquidare riserve auree, invertendo temporaneamente il flusso.
Sul fronte del dollaro strutturale, Nitesh Shah di WisdomTree inquadra le dinamiche valutarie all'interno di un contesto di bilancio sempre più deteriorato. La riduzione delle entrate da dazi, combinata con tagli fiscali, aumento della spesa pubblica e maggiori spese militari, lascia presagire un ampliamento del deficit statunitense. Le recenti aste del Tesoro USA hanno mostrato una domanda più debole a fine marzo, con gli investitori che richiedono rendimenti più elevati per assorbire l'offerta. In questo contesto, Shah prevede un graduale deprezzamento del DXY, pur escludendo un collasso disordinato: le forze strutturali legate ai deficit gemelli dovrebbero riportare l'indice valutario ai livelli di gennaio 2026, con un ulteriore calo stimato intorno al 7% nello scenario rialzista per l'oro.
Sul fronte delle prospettive, il quadro che emerge dalle analisi è costruttivo nel medio termine, ma condizionato da un'incertezza geopolitica e macroeconomica difficile da modellizzare.
Benjamin Louvet, Direttore Gestione Materie Prime di Ofi Invest Asset Management, articola due scenari principali. Nel primo, una rapida risoluzione della crisi dello Stretto di Hormuz porterebbe le banche centrali a interpretare l'inflazione come temporanea e non monetaria, con la Fed che manterrebbe un atteggiamento attendista. In quel contesto, "i mercati probabilmente sposterebbero di nuovo la loro attenzione sullo scenario di de-dollarizzazione, le preoccupazioni per l'alto indebitamento e la perdita di fiducia negli Stati Uniti", con l'oro che riacquisterebbe interesse. Nel secondo scenario, la chiusura prolungata dello Stretto o danni alle infrastrutture energetiche mediorientali spingerebbe il mondo verso la recessione: "gli investitori dovranno ridurre la loro esposizione al rischio, spostando azioni e tassi verso il basso, e spingendo la riallocazione verso beni considerati rifugio sicuro come l'oro." In entrambi i casi, la direzione è la stessa.
Charlotte Peuron di Crédit Mutuel Asset Management condivide questa lettura e la estende: "Entrambi gli scenari sono favorevoli all'oro." Se l'inflazione dovesse radicarsi, l'oro recupererebbe il suo ruolo di asset protettivo con un nuovo ciclo di rialzo dei tassi. Se il conflitto terminasse rapidamente senza accelerazione inflazionistica, la Fed riprenderebbe i tagli, favorendo ancora il metallo prezioso. A questo si aggiunge il fattore valute: "le valute più deboli, guidate dai deficit fiscali e dal crescente debito pubblico, hanno sostenuto i prezzi dell'oro negli ultimi anni" e il contesto attuale potrebbe ulteriormente espandere quei deficit.
La modellizzazione più granulare viene da Nitesh Shah di WisdomTree, che presenta tre scenari quantitativi per il Q1 2027. Nello scenario di consenso (con inflazione al 2,8%, rendimenti decennali USA al 4,13% e DXY a 96,3) il modello indica un prezzo dell'oro a 5.493 dollari l'oncia, che segnerebbe un nuovo massimo storico su base di chiusura. Nello scenario rialzista, con inflazione al 4% e DXY a 90, il target sale a 5.872 dollari. Solo nello scenario ribassista (inflazione al 2%, rendimenti al 3,5% e DXY a 108) i prezzi tornerebbero nell'intervallo 4.600-4.650 dollari, uno scenario che Shah considera il meno probabile.
Un elemento chiave del ragionamento di Shah riguarda il rischio geopolitico come supporto strutturale: con le elezioni di medio termine negli Stati Uniti, Trump potrebbe cercare un'uscita che "gli consenta di cantare vittoria", ma che lascerebbe "tensioni strutturali irrisolte, in particolare nell'area dello Stretto di Hormuz." Conclusione: "il rischio geopolitico rimarrà probabilmente un fattore favorevole per l'oro nel corso del prossimo anno."
Il denominatore comune delle quattro analisi è la convinzione che i problemi strutturali che hanno spinto l'oro verso l'alto (dedollarizzazione, deficit fiscali, incertezza geopolitica, ampliamento della base di investitori) siano destinati a permanere ben oltre la volatilità di breve termine.
Per gli investitori interessati a investire in oro, abbiamo preparato un articolo in cui confrontiamo gli ETF auriferi con le migliori performance attuali.