29 APR, 2026

Di Christian Scherrmann di DWS

Di Kevin Thozet di Carmignac

La Federal Reserve si avvicina alla riunione del 29 aprile con un orientamento sempre più prudente. Nonostante le tensioni geopolitiche e i segnali contrastanti provenienti dall’economia statunitense, il consenso tra gli economisti è che la banca centrale manterrà invariati i tassi di interesse nel breve termine, adottando però un tono cauto e restrittivo.
Sullo sfondo restano un’inflazione ancora elevata, un mercato del lavoro solido e l’incognita legata alla possibile successione di Jerome Powell con Kevin Warsh.
Secondo Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac, la Federal Reserve dovrebbe lasciare i tassi invariati nel range 3,5%-3,75%, con i mercati che “non prezzano praticamente alcun intervento nella riunione di questa settimana”. La banca centrale si muove in un contesto ancora favorevole dal lato della crescita: “la crescita resta solida, il mercato del lavoro continua a reggere, gli asset rischiosi sono vicini o già sui massimi storici”.
Anche Christian Scherrmann, DWS Chief U.S. Economist, conferma questo scenario di pausa, sottolineando che “lo scenario ‘da manuale’ sembra confermato, consentendo alla Federal Reserve di guardare oltre le turbolenze e mantenere i tassi invariati”. Tuttavia, aggiunge che la decisione sarà accompagnata da un tono restrittivo, con l’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative di inflazione.
Nel complesso, emerge un consenso chiaro: la Fed manterrà i tassi invariati nel breve termine, ma senza segnali di svolta accomodante.
L’inflazione resta il principale fattore che condiziona le decisioni della banca centrale. Secondo Thozet, “l’inflazione rimane ampiamente sopra il target e mostra segnali di rafforzamento”, con pressioni persistenti sui prezzi e indicatori anticipatori che segnalano ulteriori aumenti dei costi. Inoltre, “i rischi geopolitici legati all’offerta petrolifera… mantengono uno scenario inflazionistico orientato al rialzo”.
Scherrmann evidenzia come il contesto geopolitico abbia già avuto effetti concreti: “i primi segnali del conflitto in Iran si sono riflessi rapidamente nei dati economici”, portando l’inflazione headline al 3,3%. Tuttavia, sottolinea anche un elemento rassicurante: “l’inflazione core non mostra al momento segnali di impatto derivante dai prezzi dell’energia” e le aspettative restano stabili.
Questa combinazione — inflazione elevata ma ancora sotto controllo nelle componenti più strutturali — spinge la Fed a mantenere un approccio prudente, evitando mosse premature sui tassi.
Il possibile cambio alla guida della Fed rappresenta un ulteriore elemento di incertezza. Raphael Olszyna-Marzys, International Economist di J. Safra Sarasin, sottolinea che “il DoJ ha dichiarato di aver archiviato l’indagine, aprendo la strada alla conferma di Warsh nelle prossime settimane”.
Durante l’audizione, Warsh ha ribadito alcune posizioni chiave: ha difeso “l'indipendenza operativa della Fed” ma ha anche sostenuto che “la sua comunicazione necessiti di miglioramenti”. Sul fronte dei tassi, ha mantenuto un approccio prudente, dato che “si è rifiutato di dichiararsi d’accordo con l’obiettivo del presidente Trump di mantenere i tassi tra lo 0 e l’1%”.
Inoltre, ha insistito sul legame tra bilancio e tassi, affermando che “la riduzione del bilancio e i tassi di interesse sono due facce della stessa medaglia”. Tuttavia, secondo Olszyna-Marzys, questa visione non è condivisa pienamente e difficilmente guiderà le decisioni nel breve termine, soprattutto perché “senza prove evidenti di un calo dell'inflazione… è improbabile che i suoi colleghi prendano le sue parole per buone”.
Dopo la riunione, l’attenzione si concentrerà sulle indicazioni prospettiche della Fed. Thozet ritiene che l’istituto adotterà “un approccio attendista e fornendo la minima forward guidance possibile”, limitando al minimo le indicazioni future.
Scherrmann sottolinea che le prossime mosse dipenderanno da fattori ben precisi: “l’assenza di effetti di secondo impatto dei prezzi energetici sull’inflazione core” e un eventuale allentamento delle pressioni legate ai dazi saranno determinanti per valutare possibili tagli dei tassi nella seconda metà dell’anno.
In sintesi, la Fed sembra destinata a rimanere in una fase di attesa strategica, con tassi invariati nel breve termine e un approccio flessibile in funzione dell’evoluzione dell’inflazione, del contesto geopolitico e delle dinamiche politiche interne.