
Aggiornato:
15 GIU, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

La space economy è nel radar degli investitori oggi più che mai grazie alla quotazione di SpaceX, la più grande IPO della storia. Ma ridurre il settore a una singola matricola sarebbe un errore di prospettiva. Dietro l'attenzione mediatica c'è un'industria matura, diversificata e in crescita strutturale, che tocca telecomunicazioni, difesa, osservazione della Terra e semiconduttori.
Per chi costruisce portafogli, la domanda rilevante non è se comprare SpaceX, ma come ottenere un'esposizione sensata a una filiera ampia e disomogenea. Gli effetti tecnici della matricola sugli indici li abbiamo già analizzati nel contesto delle mega-IPO 2026. Qui spostiamo lo sguardo sull'industria che c'è sotto: quanto vale, com'è strutturata, dove sono le opportunità e quali rischi nasconde.
Il settore ha raggiunto un valore record di 613 miliardi di dollari nel 2024, in crescita del 7,8% su base annua secondo lo Space Report della Space Foundation (luglio 2025). La componente commerciale pesa per il 78% del totale, quella governativa per il restante 22%, con gli Stati Uniti a guidare la spesa pubblica con circa 77 miliardi.
Le proiezioni a lungo termine sono ciò che attira capitali. Il World Economic Forum, insieme a McKinsey, stima che la space economy possa raggiungere 1.800 miliardi di dollari entro il 2035, partendo da 630 miliardi nel 2023, con una crescita media annua del 9%, quasi il doppio del PIL globale. La soglia del trilione potrebbe cadere già tra il 2032 e il 2034. A queste dimensioni, il settore rivaleggerebbe con l'industria dei semiconduttori.
Capire dove si genera il valore è il primo passo per investire con criterio. La filiera si articola su tre livelli: l'upstream (lanciatori, produzione di satelliti, propulsione), il midstream (operatori satellitari in orbita bassa, media e geostazionaria) e il downstream (connettività, osservazione della Terra, navigazione, difesa). Il crollo dei costi di lancio e la diffusione delle mega-costellazioni hanno reso accessibili segmenti finora marginali, moltiplicando i modelli di business sostenibili.
Il dato più rilevante per un selezionatore riguarda la composizione della crescita futura. Secondo il World Economic Forum, oltre il 60% dell'espansione attesa entro il 2035 arriverà da settori non spaziali: supply chain, alimentare, difesa, retail e telecomunicazioni che integrano servizi abilitati dallo spazio. I servizi "di raggiungimento" (reach) supereranno i 1.000 miliardi, contro i 755 miliardi della componente infrastrutturale. L'esposizione più ampia, quindi, non passa solo dai razzi, ma dalle applicazioni a terra.
Una volta mappata la filiera, restano i veicoli concreti. È qui che le letture dei gestori divergono per geografia. Rahul Bhushan, Global Head of Index di ARK Invest Europe, legge il settore attraverso la lente della politica americana e della spesa per la difesa.
Bhushan individua nell'aumento del budget statunitense per i satelliti in orbita bassa, salito da 900 milioni a 13 miliardi di dollari fino al 2028, un catalizzatore strutturale: "Questi sviluppi rappresentano una notevole opportunità per le società che innovano la tecnologia satellitare, i sistemi di lancio e l'analisi spaziale." Tra i nomi citati figurano Iridium Communications, Rocket Lab e Palantir, esposti a contratti governativi e di sicurezza nazionale.
La lettura europea è opposta e complementare. Tom O'Hara, Investment Director European Equities di GAM, vede valore proprio dove il mercato non guarda: "L'Europa ha costruito silenziosamente un ecosistema spaziale strategico che spazia dai lanciatori ai satelliti, dai semiconduttori alle infrastrutture di comunicazione, eppure riteniamo che molte di queste aziende rimangano sottovalutate all'interno di gruppi industriali e della difesa più ampi." O'Hara cita Avio, STMicroelectronics e la fusione spaziale tra Airbus, Leonardo e Thales, da circa 6,5 miliardi di euro di ricavi.
Il divario di valutazione è netto: Avio tratta a circa 2,6x EV/vendite stimato 2027. Su operatori come SES ed Eutelsat, O'Hara (GAM) sostiene che possano essere considerati "sempre più come asset infrastrutturali strategici piuttosto che come tradizionali società di telecomunicazioni", grazie al ruolo nella sovranità delle comunicazioni europee.
L'entusiasmo nasconde rischi specifici che il selezionatore deve esplicitare. Il primo è la valutazione: molte società statunitensi quotate trattano a multipli incompatibili con la loro redditività attuale, scontando una crescita ancora da dimostrare. La dispersione tra il 70,4x di Rocket Lab e il 2,6x di Avio segnala quanto il prezzo, più che il business, guidi oggi le performance. Una rotazione di sentiment può colpire duramente i titoli più cari.
Il secondo rischio è la concentrazione. Il settore dipende fortemente da pochi attori e, nel caso statunitense, da una singola figura imprenditoriale, con implicazioni di governance non trascurabili. Il terzo è la dipendenza dai contratti governativi e dal quadro regolamentare: gran parte dei ricavi citati, dai satelliti pLEO alle piattaforme di analisi, poggia su budget pubblici soggetti a cicli politici e di bilancio.
Infine, i cicli di capitale. Lanciatori e costellazioni richiedono investimenti ingenti e tempi lunghi prima di generare flussi di cassa, mentre la competizione geopolitica, in particolare con la Cina, aggiunge incertezza sulla traiettoria di domanda. Sono fattori che premiano una selezione attiva e penalizzano l'esposizione indiscriminata al tema.
La space economy è una classe d'investimento reale, non una scommessa narrativa. La quotazione di SpaceX ne ha accelerato il riconoscimento, ma il valore si distribuisce lungo una filiera ampia, con profili di rischio e valutazione molto diversi tra Stati Uniti ed Europa. Per il portafoglio, la domanda strategica non è "comprare lo spazio", ma scegliere con disciplina quale parte dello spazio remunera davvero il rischio.
Disclaimer: Il presente articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria, fiscale o legale, né un'offerta di acquisto o vendita di strumenti finanziari. Le opinioni riflettono le valutazioni delle rispettive case di gestione alla data di pubblicazione e sono soggette a modifiche senza preavviso. Le performance passate non sono garanzia di risultati futuri.