
17 AGO, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Il vintage year non è una data anagrafica, è la variabile che determina contro quale universo di confronto un fondo di private equity va misurato, e per estensione quanto vale davvero il suo IRR.
Per un fund selector la domanda non è se il vintage year conti (i dati di entità come Cambridge Associates e Preqin lo confermano da decenni), ma quanto peso dargli rispetto alla manager selection nella costruzione di un portafoglio. La risposta, supportata dai numeri, è meno intuitiva di quanto sembri.
Cambridge Associates definisce il vintage year come l'anno del primo flusso di cassa del fondo, ovvero la data del primo richiamo di capitale da parte degli LP.
Ma non tutti i data provider condividono questa convenzione: altri database usano l'anno di inception legale del veicolo, che può precedere di uno o due anni il primo drawdown effettivo. La differenza non è cosmetica: due fondi "vintage 2019" secondo definizioni diverse possono aver iniziato a investire in fasi di mercato distinte, con conseguenze dirette sui multipli di ingresso.
Per chi fa due diligence, il primo controllo pratico è verificare quale convenzione usa la fonte del dato prima di confrontare un fondo con il suo benchmark di cohort.
Il vintage year conta perché condiziona il contesto macro e di pricing in cui il fondo investe e disinveste. I dati storici post-crisi lo mostrano con chiarezza: secondo dati DealEdge citati da Advisor Perspectives (2025), l'IRR mediano dei deal di buyout era all'11% nel 2000, prima dello scoppio della bolla tecnologica, per poi salire al 25%, 40% e 47% nei tre anni successivi. Lo stesso schema si è ripetuto dopo la crisi finanziaria globale: IRR mediano al 9% nel 2007-2008, poi 24%, 18% e 19% nei tre anni seguenti.
Questo spiega perché i vintage post-correzione vengono spesso definiti dagli LP istituzionali come "vintage di opportunità": multipli di ingresso compressi e minore concorrenza sul dealflow tendono a tradursi in rendimenti superiori alla media di lungo periodo.
Ma il vintage year da solo non è il fattore dominante. Uno studio di Commonfund (2025) su cohort 2000-2020 mostra che, anche ipotizzando un timing perfetto nell'evitare i tre vintage peggiori per buyout e growth equity, il miglioramento di performance sarebbe stato marginale. La manager selection resta la leva più significativa: nel venture capital lo spread tra top e bottom quartile supera i 30 punti percentuali nella maggior parte dei vintage (Cambridge Associates, 2025), circa 3 volte più ampio di quanto osservato nel buyout, dove il premio mediano rispetto ai mercati pubblici si è compresso da 200-400 bps storici a 100-200 bps nell'ultimo periodo quinquennale (Cambridge Associates, 2025).
Ogni vintage attraversa una fase iniziale di J-curve: nei primi anni le chiamate di capitale superano le distribuzioni, comprimendo temporaneamente il NAV riportato prima che il fondo entri nella fase di harvesting. Per un portafoglio composto da un solo vintage, questo significa cash drag prolungato e un profilo di rendimento visibile solo a 5-7 anni di distanza.
Le strategie di secondary hanno guadagnato quota tra gli allocatori istituzionali proprio per attenuare questo effetto: accesso a J-curve più corte, con distribuzioni che iniziano tipicamente 1-3 anni prima rispetto a un primary commitment, sconti sul NAV nell'ordine del 5-20% e diversificazione immediata su più vintage, strategie e GP in un'unica operazione (PitchBook, 2025).
La risposta operativa alla dispersione tra cohort non è cercare di prevedere il vintage migliore, esercizio che gli stessi practitioner istituzionali considerano poco affidabile su orizzonti pluriennali, ma costruire un programma di commitment pacing: allocare capitale con regolarità su più vintage successivi, replicando nella logica un dollar-cost-averaging applicato ai mercati privati (CAIS, 2025).
Questo approccio riduce il rischio di sovraesposizione a un singolo ciclo di mercato e rende gestibile la pianificazione dei capital call, che restano per natura irregolari e difficili da prevedere con precisione. Il rovescio della medaglia è la disciplina richiesta: un pacing troppo conservativo genera sotto-allocazione strutturale rispetto al target, mentre un pacing troppo aggressivo espone il portafoglio a rischi di liquidità nelle fasi di stress.
Il ciclo di rialzo dei tassi 2022-2023 ha prodotto due effetti rilevanti per i fund selector: un rallentamento delle distribuzioni verso gli LP, che ha spostato l'attenzione dal TVPI al DPI come metrica di conversazione con i GP in fase di re-up, e una compressione dei multipli di ingresso comparabile, nella logica se non nella magnitudine, a quanto osservato dopo il 2000 e il 2008. Il DPI mediano statunitense per i vintage 2012-2015 buyout si colloca tra 1,4x e 1,7x al terzo trimestre 2024 (Cambridge Associates, 2025); gli LP tendono ad attendersi almeno 1,5x di DPI entro l'ottavo anno di vita del fondo per le strategie buyout.
Per questo motivo diversi allocatori istituzionali trattano i vintage 2022-2023 come cohort potenzialmente favorevoli su base storica, pur con l'avvertenza che la conferma arriverà solo quando questi fondi entreranno nella fase di harvesting, non prima.