
13 MAG, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Cesare Orsini è Senior Portfolio Manager nel team Systematic Equity di Allianz Global Investors, dove si occupa di strategie di investimento sistematico e costruzione di portafogli. In precedenza, è stato Portfolio Manager e Ricercatore nel team di Investimenti Quantitativi di Epsilon SGR, con focus su strategie multifattoriali e asset allocation. Ha conseguito un Ph.D. in Economics and Finance presso l’Università Cattolica di Milano e un MSc in Finance presso la LUISS Guido Carli. È inoltre Professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano, dove insegna portfolio management.
Ho iniziato il mio percorso professionale nel 2013, spinto da una passione profonda per la matematica e dal desiderio di applicarla a qualcosa di concreto e dinamico. La finanza rappresentava per me il terreno ideale: offre la possibilità di lavorare con modelli quantitativi sofisticati, ma senza mai perdere il contatto con la realtà economica e con la sua dimensione di scienza sociale.
È proprio questa combinazione che l'ha resa più stimolante, ai miei occhi, rispetto a un'applicazione puramente tecnica come l'ingegneria. La complessità delle implementazioni quantitative, unita alla necessità di interpretare i mercati in chiave economica e comportamentale, ha rappresentato fin dall'inizio una sfida intellettuale che continua a motivarmi ogni giorno.
Quando non sono in viaggio per incontrare clienti o rappresentare il Team, la mia giornata in ufficio inizia con il monitoraggio dei mercati e delle principali notizie macroeconomiche, un passaggio essenziale prima dell'apertura per orientare le decisioni operative sui mandati che gestisco.
Una delle cose che mi piace sottolineare è che la giornata di un Quant è molto più articolata di quanto si immagini dall'esterno. Certo, c'è tutta la dimensione operativa, la gestione attiva dei portafogli, il monitoraggio delle esposizioni, l'esecuzione dei ribilanciamenti, ma una parte significativa del tempo, spesso poco raccontata e forse non particolarmente glamour, è dedicata all'infrastruttura: sviluppo, manutenzione e miglioramento continuo degli strumenti quantitativi che supportano il processo di investimento. Quando si gestiscono asset nell'ordine di grandezza del nostro team di Systematic Equity in Allianz Global Investors, avere un'infrastruttura robusta, scalabile e aggiornata non è un dettaglio tecnico, è una condizione necessaria per operare con efficienza e rigore.
In parallelo, porto avanti progetti di ricerca legati all'enhancement dei segnali alpha e allo sviluppo delle strategie, e dedico tempo a call con clienti istituzionali per nuove opportunità di investimento o per aggiornamenti sulle strategie esistenti. Ogni giorno è genuinamente diverso, e questa varietà tra operatività, ricerca e relazione con i clienti è una delle cose che trovo più stimolanti del mio lavoro.
Il mio processo di investimento si fonda su alcuni principi che si sono consolidati nel corso della mia carriera, prima nell'equity quantitativo e poi nell'ambito delle strategie sistematiche in Allianz Global Investors.
Il primo principio è la convinzione che esistano premi al rischio sistematici e persistenti, come Value, Momentum, Revisions, Growth e Quality, che possono essere catturati in modo disciplinato e ripetibile nel tempo. Questa visione è profondamente radicata nella ricerca accademica ed empirica degli ultimi decenni, che ha progressivamente dimostrato come una parte significativa dei rendimenti attivi non sia frutto di pura abilità discrezionale, ma di esposizione a questi fattori ben documentati.
Il secondo principio è la diversificazione strutturale. Nessun singolo fattore funziona in ogni contesto di mercato. Value tende a performare nella fase espansiva del ciclo, il blocco trend-following composto da Momentum, Revisions e Growth è più pro-ciclico, mentre Quality offre resilienza nelle fasi tardive del ciclo o in contesti di incertezza elevata. Combinare questi componenti in modo bilanciato crea una diversificazione strutturale che permette di navigare l'intero spettro delle condizioni di mercato.
Il terzo principio riguarda la gestione del rischio, e in particolare la distinzione tra rischi remunerati e non remunerati. Esposizioni ai fattori di stile possono generare, come effetto collaterale, sensibilità a variabili macro come tassi di interesse, prezzi del petrolio e concentrazione settoriale, che storicamente non compensano gli investitori nel lungo periodo. Neutralizzare attivamente questi rischi non remunerati è essenziale per garantire che i rendimenti siano guidati dalle fonti di alpha che ci proponiamo di catturare, e non da scommesse cicliche inintenzionali.
L'attuale contesto di mercato è caratterizzato da una volatilità elevata e da shock che si propagano rapidamente attraverso diverse variabili macro e sul mercato. Quello che stiamo vivendo nelle ultime settimane ne è un esempio concreto: uno shock inizialmente concentrato sul petrolio che si sta progressivamente riversando su inflazione e tassi di interesse, creando un ambiente complesso e difficile da navigare per molte strategie di investimento.
In questo contesto, Best Styles sta dimostrando la sua resilienza, e questo non è casuale. La strategia è stata costruita proprio per affrontare fasi di questo tipo. Da un lato, la diversificazione strutturale ottenuta combinando fattori con sensibilità diverse al ciclo economico fa sì che nessun singolo regime di mercato possa penalizzare simultaneamente tutti i componenti del portafoglio. Dall'altro, il rigoroso framework di risk management che caratterizza il nostro processo ha consentito di mantenere preventivamente le esposizioni a variabili macro non remunerate, come sensibilità ai tassi e al prezzo del petrolio, all'interno di range contenuti e ben controllati.
Il risultato è che, in una fase in cui molte strategie stanno subendo movimenti bruschi legati proprio a queste variabili, Best Styles ha potuto assorbire parte di questa volatilità senza dover intervenire in modo reattivo sull'allocazione. È precisamente questo l'obiettivo della costruzione di portafoglio che adottiamo: non eliminare la volatilità, ma fare in modo che i rendimenti siano guidati dai premi al rischio di stile che ci proponiamo di catturare, e non da esposizioni macro inintenzionali che in certi regimi possono dominare la performance.
Nel contesto di una strategia sistematica come Best Styles, la domanda su quali società preferire non si risponde guardando a singoli nomi o settori, ma attraverso il prisma dei fattori di stile che guidano la costruzione del portafoglio.
Le società più interessanti per noi sono quelle che esprimono in modo pulito e convincente uno o più dei cinque stili di investimento che cerchiamo di catturare. Un'azienda Value classica è quella il cui prezzo di mercato sottostima il valore fondamentale, tipicamente fuori moda, con sentiment negativo, ma con fondamentali solidi. Sul fronte Growth e Quality, privilegiamo società con una storia documentata di crescita stabile e realizzata, bilanci robusti, alta redditività e margini resilienti. Non ci interessa la crescita attesa: ci interessa quella dimostrata. Analogamente, le società che beneficiano di revisioni al rialzo degli utili o di un momentum di prezzo persistente e strutturato sono naturalmente attrattive nel nostro processo.
Ciò che rende una società davvero interessante per noi, però, non è solo il suo punteggio su un singolo fattore, ma la capacità di contribuire in modo indipendente e non ridondante all'esposizione complessiva del portafoglio. Uno dei rischi più insidiosi nei modelli multi-fattore è la concentrazione sui cosiddetti "super stocks", titoli che sembrano attraenti su più metriche simultaneamente ma che in realtà creano overlap tra fattori e concentrazione di rischio. Li evitiamo attivamente, proprio perché in fase di rotazione di mercato questi titoli tendono a penalizzare la strategia nel momento in cui la diversificazione sarebbe più necessaria. Più in generale, tendiamo ad evitare società con esposizioni elevate a rischi macro non remunerati, poiché potrebbero contaminare la performance con fattori ciclici e inintenzionali. Il portafoglio deve parlare la lingua dei premi di stile, non quella delle scommesse macro.
La risposta più ovvia sarebbe la pressione della performance, ed è reale, non la sottovaluto. Ma se devo identificare la sfida più profonda e duratura, ne vedo una ancora più insidiosa: quella di non rimanere indietro.
Il mercato evolve rapidamente, le tecniche di analisi si trasformano, nuovi strumenti come l'intelligenza artificiale, i modelli di linguaggio e l'integrazione di dati alternativi stanno ridefinendo il perimetro di ciò che è possibile fare in ambito quantitativo. In questo contesto, la vera sfida non è tanto battere il benchmark oggi, quanto continuare ad essere rilevanti domani. Un portfolio manager che smette di aggiornarsi, che si cristallizza su un approccio senza metterlo in discussione, rischia di trovarsi intrappolato in un bias metodologico senza nemmeno accorgersene.
Il valore aggiunto di un gestore sistematico sta cambiando nel tempo, e il mercato non aspetta. Ciò che costituiva un vantaggio competitivo dieci anni fa può essere oggi una commodity, o peggio, una fonte di rischio non riconosciuta. La vera difficoltà, quindi, è coniugare un percorso serio di ricerca e aggiornamento continuo con tutto quello che la realtà operativa quotidiana richiede. Trovare lo spazio mentale e il tempo per restare all'avanguardia, senza che questo venga costantemente sacrificato sull'altare dell'urgente, è una disciplina che richiede tanto quanto quella applicata ai modelli stessi.
Il consiglio più importante che mi sento di dare è quello di costruire il proprio percorso professionale cercando, almeno nelle prime fasi, un'esposizione internazionale. Non si tratta di una scelta puramente biografica, ma di una decisione strategica sulla propria formazione.
Il mercato dell'asset management italiano ha le sue peculiarità, e non mancano realtà di qualità, ma è un ecosistema che in alcuni contesti tende a seguire logiche proprie, non sempre allineate agli standard di efficienza e competitività che dominano le principali piazze finanziarie internazionali. Chi inizia la propria carriera in una grande realtà estera, a Londra, Francoforte o New York, viene esposto fin dall'inizio a un livello di rigore metodologico, di cultura del rischio e di pressione competitiva che difficilmente si trova altrove. Quella formazione si imprime in modo profondo e diventa un punto di riferimento permanente.
Il vantaggio di questo percorso non è solo tecnico, è soprattutto di prospettiva: chi ha vissuto dall'interno come funziona il mercato a livello globale, nel momento in cui torna in Italia porta con sé una visione più ampia, più consapevole, e una capacità critica che difficilmente si acquisisce restando sempre nello stesso contesto. Iniziare in grande, in un ambiente internazionale e stimolante, per poi eventualmente tornare con strumenti migliori: è la traiettoria che consiglierei a chiunque voglia costruire una carriera solida e duratura in questo settore.
Quando riesco a staccare, la mia prima destinazione è il mare. È il posto in cui mi sento più a mio agio, e ogni volta che posso cerco di tornarci. Ho due passioni in particolare che mi accompagnano da anni: la vela e l'apnea. Sono due discipline apparentemente diverse, ma che condividono qualcosa di fondamentale, richiedono concentrazione, rispetto per l'ambiente in cui ti muovi e una certa capacità di leggere ciò che ti circonda. In qualche modo, non sono così lontane dal mio lavoro quotidiano.
L'altra grande dimensione della mia vita fuori dall'ufficio è la campagna. Mi piace prendermi cura della mia terra, seguire i ritmi della natura, fare cose concrete con le mani. È un contrappeso perfetto rispetto alla natura astratta e digitale del mio lavoro: un modo per ricaricarsi davvero, lontano dagli schermi e dai mercati.