
10 GIU, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Quando mi chiedono quando ho iniziato la mia carriera nel settore finanziario, faccio sempre un po’ fatica a dare una data precisa.
Formalmente, il mio percorso è iniziato nel 2017, quando ho aperto un canale YouTube e ho cominciato a parlare di finanza, investimenti e criptovalute. All’epoca in Italia erano davvero in pochissimi a trattare questi temi online, soprattutto sul mondo crypto, e io raccontavo semplicemente quello che stavo studiando e vivendo in prima persona.
Ma in realtà il mio interesse per la finanza nasce molto prima.
Da ragazzo, quando andavo ancora a scuola, mia madre era cliente private di una nota banca italiana. Aveva ricevuto in eredità un patrimonio familiare costruito con sacrifici da due generazioni di imprenditori: persone che avevano lavorato, rischiato, risparmiato e costruito valore nel tempo.
Mia madre accettò di affidare parte della gestione di quel patrimonio a una consulente bancaria anche con una condizione particolare: che io potessi seguirla, osservare il lavoro e iniziare a capire da vicino come funzionasse davvero il mondo della consulenza finanziaria.
All’inizio per me era tutto nuovo. Vedevo uffici eleganti, ambienti private, discorsi apparentemente tecnici e professionali. Però, più osservavo, più qualcosa non mi tornava.
Ho iniziato a leggere, studiare, approfondire. Uno dei libri che mi colpì di più fu “Dove sono gli yacht dei clienti?”, perché mi aiutò a dare un nome a una sensazione che avevo già percepito: spesso il sistema finanziario tradizionale non è costruito per tutelare davvero il cliente, ma per vendere prodotti, generare commissioni e raggiungere budget commerciali.
A un certo punto arrivai anche a discutere duramente con quella consulente. Fu un momento importante, perché lì capii una cosa: non volevo limitarmi a criticare quel sistema dall’esterno. Volevo costruire un’alternativa.
Mi promisi che, se un giorno ne avessi avuto la possibilità, avrei aiutato altre persone a non subire lo stesso trattamento: strumenti costosi, poca trasparenza, conflitti di interesse e una consulenza che spesso sembrava più vendita che vera pianificazione.
Da lì è nata la mia passione per la finanza personale, gli investimenti, la protezione del patrimonio e anche per le criptovalute, che in quegli anni rappresentavano un mondo nuovo, ancora poco compreso, ma pieno di spunti interessanti.
Il primo passo concreto è stato quindi la divulgazione. Ho iniziato con YouTube, parlando del mio percorso, dei miei studi e di ciò che stavo imparando. Prima ancora di fare consulenza, ho fatto formazione finanziaria: cercavo di spiegare concetti complessi in modo semplice, accessibile e indipendente.
Poi, col tempo, sono state le persone stesse a chiedermi qualcosa di più. Non volevano solo contenuti, video o spiegazioni. Volevano essere seguite, volevano capire come gestire il proprio patrimonio, come investire meglio, come evitare errori e come difendersi da un sistema spesso poco trasparente.
Da lì il passaggio alla consulenza finanziaria è stato naturale.
Athena SCF nasce proprio da questo percorso: da un’esperienza personale, da una promessa fatta a me stesso e dalla volontà di creare una realtà realmente indipendente, libera da logiche di prodotto e orientata alla tutela del cliente.
Per questo per me la consulenza finanziaria non è mai stata solo una professione.
È il modo con cui ho trasformato una delusione personale in un progetto imprenditoriale: aiutare le persone a proteggere il patrimonio che hanno costruito, evitare errori costosi e prendere decisioni finanziarie più consapevoli.
Oggi la mia giornata lavorativa è cambiata molto rispetto agli inizi. In tutta sincerità, negli ultimi tempi mi sto dedicando sempre di più al ruolo di amministratore e imprenditore, in particolare all’interno di Athena SCF, più che al lavoro puro di consulente finanziario operativo.
La mattina cerco di proteggerla il più possibile, perché è il momento in cui riesco a essere più lucido e creativo. La dedico allo studio, all’aggiornamento sui mercati finanziari, sul contesto macroeconomico e geopolitico, ma anche alla produzione di contenuti: newsletter, articoli, video e attività legate alla comunicazione digitale. Oggi, per una società di consulenza finanziaria indipendente, anche la presenza online è una parte importante del lavoro.
Sempre nella prima parte della giornata tendo a sviluppare nuove relazioni professionali, fare networking, confrontarmi con partner, collaboratori o realtà con cui possono nascere sinergie interessanti. Dedico inoltre tempo a parlare con nuovi potenziali consulenti finanziari indipendenti, o con professionisti interessati ad avvicinarsi a questo settore, per aiutarli a comprenderne meglio le dinamiche, le opportunità, ma anche le difficoltà e le sfide concrete.
Al mattino svolgiamo spesso anche call interne con i consulenti di Athena SCF: momenti formativi, organizzativi o di aggiornamento sui portafogli, sui clienti e sull’evoluzione dell’attività. Nel tempo, infatti, molti clienti sono stati progressivamente affidati ai collaboratori della società, mantenendo però una supervisione e una visione strategica comune.
Il pomeriggio, invece, tende a essere più operativo. Lo dedico agli impegni amministrativi, normativi e burocratici, alla gestione aziendale e alle consulenze che continuo a seguire direttamente, soprattutto con clienti storici o situazioni particolarmente delicate.
Cerco poi di organizzare la giornata lasciando spazio anche all’attività fisica. A seconda degli impegni, mi alleno alle 8 dopo aver accompagnato mio figlio a scuola, oppure verso mezzogiorno per staccare, o nel tardo pomeriggio. Negli ultimi anni ho capito che per lavorare bene, prendere decisioni migliori e mantenere energia nel lungo periodo, il tempo dedicato al corpo e alla mente non è un lusso, ma una parte essenziale della produttività.
Secondo me la parte più importante della gestione patrimoniale non è la ricerca del miglior investimento.
O meglio: la costruzione del portafoglio è fondamentale, ma non può essere il punto di partenza di tutto.
Molti pensano che fare wealth management significhi scegliere ETF, fondi, obbligazioni, azioni o strumenti finanziari. In realtà, soprattutto quando il patrimonio diventa importante, il vero lavoro è molto più ampio.
Prima di chiedersi “dove investire?”, bisognerebbe chiedersi: cosa può mettere davvero a rischio questo patrimonio?
Perché un portafoglio ben costruito può essere compromesso da molti fattori che non dipendono direttamente dai mercati: un evento familiare, un problema successorio, una cattiva gestione fiscale, una copertura assicurativa assente, una concentrazione eccessiva del patrimonio, una decisione emotiva presa nel momento sbagliato.
Per questo, secondo me, il wealth management deve partire da una visione complessiva.
La piramide dell’investitore resta validissima: prima si proteggono i grandi rischi, poi si costruisce una riserva di liquidità adeguata, poi si ragiona su previdenza, investimenti e pianificazione patrimoniale.
Il punto è che, nella pratica, molti si concentrano quasi solo sull’ultimo pezzo: il portafoglio.
Invece le aree che spesso generano più valore sono altre.
La prima è la gestione dei rischi. Ci sono rischi piccoli e frequenti che si possono anche assumere. Ma ci sono rischi rari e devastanti che vanno assicurati, trasferiti o almeno valutati con attenzione. Penso a rischi personali, familiari, professionali, aziendali e patrimoniali che possono avere un impatto enorme anche se hanno una probabilità bassa.
La seconda è la gestione della liquidità. Avere troppa liquidità ferma può essere inefficiente, ma averne troppo poca può costringere a vendere investimenti nel momento sbagliato. La liquidità non va vista solo come “soldi fermi”, ma come una componente strategica della pianificazione.
La terza è la fiscalità. Per patrimoni semplici può sembrare un tema secondario, ma per imprenditori, professionisti, famiglie patrimonializzate o persone con situazioni complesse può incidere moltissimo. Una fiscalità gestita male può erodere rendimento, creare inefficienze e rendere più difficile il passaggio del patrimonio nel tempo.
La quarta è la pianificazione successoria. Questo è uno degli aspetti più sottovalutati. I mercati finanziari sono incerti, mentre una buona pianificazione successoria può produrre risultati molto più concreti e prevedibili: ridurre conflitti familiari, evitare blocchi operativi, organizzare il passaggio generazionale e proteggere il patrimonio quando le persone non potranno più occuparsene direttamente.
La quinta è la gestione comportamentale. Anche il miglior portafoglio del mondo diventa inutile se il cliente lo abbandona nei momenti difficili. Il consulente serve anche a evitare decisioni impulsive nei momenti di panico, euforia, paura o avidità.
Infine c’è un tema spesso ignorato: la governance del patrimonio. Significa mettere ordine tra conti correnti, banche, investimenti, immobili, aziende, partecipazioni, polizze, debiti, documenti, obiettivi familiari e professionali. Spesso il problema non è solo scegliere lo strumento migliore, ma avere una visione chiara e coordinata di tutto il patrimonio.
Quindi, se devo essere sincero, oggi direi questo: il portafoglio è importante, ma non è il centro assoluto del wealth management.
Il vero wealth management consiste nel costruire un sistema che protegga il patrimonio, lo renda fiscalmente ed economicamente efficiente, lo faccia crescere in modo coerente e lo prepari agli eventi importanti della vita.
I mercati sono incerti. Una buona pianificazione, invece, può ridurre rischi concreti e prevenire errori spesso irreversibili.
Per questo non partirei dalla domanda: “quale investimento rende di più?” Partirei da una domanda diversa: “Cosa dobbiamo proteggere, organizzare e pianificare prima ancora di investire?”
Oggi molti clienti cercano soprattutto protezione, stabilità e chiarezza. Negli ultimi anni abbiamo vissuto una successione molto rapida di eventi che hanno aumentato l’incertezza percepita: inflazione elevata, rialzo dei tassi, tensioni geopolitiche, guerre, instabilità energetica e forte volatilità sui mercati finanziari. Tutto questo ha reso gli investitori mediamente più cauti e selettivi.
Rispetto a qualche anno fa noto meno interesse per la ricerca del rendimento “facile” o della moda finanziaria del momento e molta più attenzione alla protezione del patrimonio, alla liquidità, alla diversificazione e alla qualità degli strumenti utilizzati. Sempre più persone vogliono capire realmente cosa hanno in portafoglio, quali rischi stanno assumendo e come potrebbero reagire gli investimenti in scenari macroeconomici differenti.
In questo contesto credo sia importante evitare sia l’eccesso di paura sia l’eccesso di ottimismo. Storicamente i momenti di maggiore incertezza sono anche quelli in cui si costruiscono le basi per i rendimenti futuri, ma serve un approccio molto razionale, graduale e disciplinato.
Per questo oggi tendo a consigliare portafogli ben diversificati, con particolare attenzione alla gestione del rischio, alla qualità degli asset e alla decorrelazione. In alcuni casi può avere senso inserire strumenti alternativi o asset reali come oro, managed futures o esposizioni meno dipendenti dall’andamento tradizionale di azioni e obbligazioni, soprattutto in un contesto in cui la correlazione tra i due mondi può cambiare rapidamente.
Un altro tema che sta emergendo molto è quello della diversificazione geografica e personale. Sempre più clienti, soprattutto imprenditori e professionisti patrimonializzati, ci chiedono informazioni su seconde residenze o residenze estere, sia per motivi fiscali sia per avere maggiore flessibilità e opzionalità futura. Negli ultimi tempi abbiamo visto crescere l’interesse verso Paesi come Panama, Paraguay e Dubai, percepiti da molti investitori come realtà più snelle dal punto di vista burocratico, fiscale o imprenditoriale.
Al di là delle singole scelte, però, il punto centrale resta sempre lo stesso: costruire una strategia patrimoniale che permetta all’investitore di affrontare scenari complessi con maggiore serenità, senza prendere decisioni impulsive dettate dalla paura del momento.
Più che ragionare solo per singoli settori, oggi ritengo interessante soprattutto inserire in portafoglio strumenti realmente decorrelanti.
Il motivo è che in un contesto di inflazione elevata o persistente, accompagnata da tassi in rialzo, azioni e obbligazioni possono muoversi nella stessa direzione, perdendo parte del tradizionale beneficio di diversificazione. In questi scenari può avere senso valutare strumenti alternativi come ETF managed futures, cat bond, oro e, per una quota più speculativa e consapevole, Bitcoin.
Sul fronte settoriale, invece, i temi che trovo più interessanti sono quelli legati ai grandi trend strutturali: REIT e infrastrutture data center collegati alla crescita dell’intelligenza artificiale, uranio e tecnologia nucleare, robotica e automazione, batterie ed elettrificazione, energia pulita, intelligenza artificiale e big data, smart grid, space economy e stampa 3D.
Naturalmente non li considererei come “scommesse isolate”, ma come esposizioni satellite da inserire con pesi contenuti all’interno di un portafoglio già ben diversificato.
Negli ultimi anni non abbiamo osservato un cambiamento radicale nel profilo dei nostri clienti, ma abbiamo notato alcune evoluzioni interessanti.
La più evidente riguarda l’approccio agli investimenti ESG. Rispetto al periodo 2023-2024, nel biennio 2025-2026 abbiamo riscontrato un minore interesse verso portafogli costruiti esclusivamente secondo criteri ESG. A mio avviso, questo dipende anche dal fatto che settori come difesa, energia tradizionale, materie prime ed estrazione mineraria hanno avuto un ruolo importante sui mercati e molti investitori non vogliono precludersi a priori l’accesso a determinati comparti o opportunità di rendimento.
Per quanto riguarda il nostro cliente medio, oggi Athena SCF lavora prevalentemente con imprenditori, liberi professionisti, manager e famiglie con patrimoni significativi. La nostra clientela è composta indicativamente per il 70% da uomini e per il 30% da donne, con un’età media di circa 47 anni e mezzo.
All’interno di questo profilo generale possiamo individuare alcune categorie ricorrenti. Da un lato ci sono imprenditori e professionisti affluent, HNWI e, in alcuni casi, very high net worth, che cercano una consulenza indipendente per proteggere e far crescere patrimoni derivanti da attività professionali, aziendali, ereditarie o da exit imprenditoriali.
Un’altra componente importante è rappresentata da risparmiatori senior e clienti over 65, spesso interessati soprattutto alla protezione del patrimonio, alla pianificazione del passaggio generazionale, alla semplificazione delle decisioni finanziarie e alla tranquillità per sé e per la propria famiglia. In molti casi sono proprio i figli, già più sensibili al tema della consulenza indipendente, a segnalarci i genitori o a coinvolgerci per aiutarli nella gestione del patrimonio familiare.
Abbiamo poi una quota crescente di donne imprenditrici, dirigenti, professioniste o eredi, che desiderano gestire il proprio patrimonio con maggiore consapevolezza, sicurezza e autonomia. In questi casi il nostro ruolo non è solo tecnico, ma anche di affiancamento: aiutare la cliente a prendere decisioni più informate, con un approccio rispettoso, collaborativo e privo di pressioni commerciali.
Infine, una parte rilevante della crescita arriva dal passaparola. Molti nuovi clienti arrivano perché persone che seguiamo da tempo si sono trovate bene e ci presentano amici, familiari, colleghi o altri imprenditori. Per noi questo è un segnale molto importante, perché in un settore basato sulla fiducia la referenza personale resta una delle forme più forti di riconoscimento del lavoro svolto.
A mio avviso gli investitori dovrebbero concentrarsi meno sulla ricerca del “tema vincente” del momento e molto di più sulla costruzione di un metodo di investimento coerente, sostenibile e adatto ai propri obiettivi.
Nel lungo periodo i temi davvero importanti restano sempre gli stessi: pianificazione, diversificazione, controllo dei costi, efficienza fiscale, gestione del rischio e capacità di mantenere la rotta anche nei momenti difficili di mercato.
A questi aggiungerei un aspetto spesso sottovalutato: la gestione emotiva. Molti investitori non falliscono perché scelgono lo strumento sbagliato, ma perché prendono decisioni sbagliate nei momenti peggiori. Vendono durante i ribassi, inseguono i settori che hanno già corso, cambiano strategia troppo spesso o si fanno condizionare dalle notizie di breve periodo.
Per questo ritengo fondamentale anche formarsi sui principi della finanza comportamentale: conoscere bias, euristiche e meccanismi psicologici che influenzano le decisioni di investimento. Bias di conferma, avversione alle perdite, overconfidence, effetto gregge e recency bias possono incidere sul risultato finale molto più di quanto l’investitore medio immagini.
Detto questo, ci sono certamente alcuni trend strutturali che meritano attenzione: intelligenza artificiale, digitalizzazione, cybersecurity, robotica, automazione, transizione energetica, infrastrutture elettriche, nucleare, gestione delle risorse naturali e invecchiamento della popolazione. Sono temi che potrebbero incidere profondamente sull’economia nei prossimi decenni.
Il punto, però, è non trasformarli in scommesse concentrate. Un conto è inserire alcune esposizioni tematiche all’interno di un portafoglio ben diversificato; un altro è costruire tutto il proprio patrimonio sull’idea che un singolo settore sarà inevitabilmente vincente. Anche i trend più forti possono attraversare lunghi periodi di valutazioni eccessive, volatilità o rendimenti deludenti.
In questo senso, il ruolo di un consulente finanziario indipendente non è solo quello di selezionare strumenti o costruire portafogli, ma anche quello di fare da guida, da formatore e, quando serve, da “freno razionale” nei momenti emotivamente più complessi. Aiutare l’investitore a rimanere coerente con il proprio piano è spesso una delle parti più importanti del lavoro.
Per questo, più che inseguire mode, credo che l’investitore debba concentrarsi su una domanda molto più semplice: “Il mio portafoglio è costruito per accompagnare i miei obiettivi nei prossimi 10, 20 o 30 anni?”. Se la risposta è sì, allora i temi di mercato diventano strumenti da usare con criterio, non il centro della strategia.
Quando non lavoro cerco di dedicare tempo di qualità alla mia famiglia, in particolare a mio figlio. Ha 6 anni, abbiamo un bellissimo rapporto e mi fa sorridere il fatto che dica già di voler lavorare con me da grande.
Negli ultimi due anni ho imparato anche a ritagliarmi più spazio personale. Prima tendevo a sacrificare quasi tutto per il lavoro; oggi, invece, considero fondamentale dedicare almeno 2-3 ore al giorno al mio benessere fisico e mentale. Per questo pratico palestra, pilates, meditazione e sauna, e da poco ho iniziato anche ad avvicinarmi al powerlifting.
Sono inoltre appassionato di tecnologia ed elettronica: nel tempo libero mi piace sperimentare con computer, smartphone e dispositivi vari. È un interesse che coltivo da sempre e che, in qualche modo, riflette anche il mio modo di lavorare: curioso, pratico e orientato al miglioramento continuo.