
19 NOV, 2025
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Filippo Capaccioli è professionista della finanza con oltre trent'anni di esperienza nella gestione della tesoreria, nelle gestioni patrimoniali e nello sviluppo di modelli avanzati di investimento. Attualmente Responsabile dell’Area Finanza di Banca Cambiano 1884 spa, guida le attività di tesoreria, trading proprietario, brokeraggio e gestioni patrimoniali, integrando soluzioni quantitative e strumenti di intelligenza artificiale per l’analisi e la selezione dei titoli. In precedenza, ha ricoperto ruoli di vertice in InvestBanca, ChiantiBanca, BCC di Signa e BCC di Masiano, contribuendo alla definizione di asset allocation, alla creazione di nuovi modelli di private banking e bancassicurazione, e alla strutturazione di operazioni di finanza straordinaria. Ha sviluppato linee di gestione innovative, tra cui strategie ESG, quantitativi e alternative, ottenendo numerosi riconoscimenti ai premi Diaman Quant.
Affianca all’attività professionale un costante impegno nella formazione e nella divulgazione, come redattore per riviste specializzate e membro attivo di AssiomForex e ICMA. Laureato in Storia delle Dottrine Politiche, ha completato un percorso in Fintech presso il Politecnico di Milano e possiede certificazioni professionali nel trading e nella consulenza finanziaria.
La mia formazione è peculiare, perché non arrivo da un percorso finanziario tradizionale. Ho studiato filosofia politica, e questa impostazione mentale — fatta di rigore logico, curiosità e capacità di leggere la complessità — mi accompagna ancora oggi in tutto ciò che faccio.
La finanza l’ho imparata sul campo, passando dalle sale operative di diverse banche, in particolare del Credito Cooperativo e di Iccrea Banca. Lì ho respirato ogni giorno mercati, liquidità, rischio, operatività: un tipo di formazione che nessun manuale può sostituire.
Parallelamente ho sentito il bisogno di consolidare anche la parte più accademica, e ho approfondito la tecnica con corsi della SDA Bocconi e del Politecnico di Milano.
Altro elemento importante è stato il confronto con la comunità professionale: da anni partecipo alle attività di Assiom Forex come membro di commissioni — oggi quella ESG — e del comitato di redazione. È un contesto che obbliga a mantenere uno sguardo aggiornato, critico e aperto ai cambiamenti del settore.
Quello che più mi piace del mio lavoro è il fatto che richiede uno studio continuo, quasi inevitabile. I mercati finanziari sono un osservatorio unico: attraverso le ricerche, gli studi macro, le analisi settoriali e le valutazioni geopolitiche, hai accesso a un flusso di conoscenza che abbraccia praticamente ogni ambito dello scibile umano.
È un mestiere che ti costringe — in senso positivo — a tenere gli occhi aperti sul mondo, perché ogni informazione, anche la più inattesa, può avere un riflesso sui mercati. Questa dimensione di apprendimento costante è ciò che lo rende stimolante ogni giorno
Il mio processo di selezione dei fondi nasce da una logica semplice: unire numeri e giudizio umano.
Parto da un universo investibile chiaro e trasparente — fondi autorizzati, ben documentati e presenti sulle principali piattaforme — e da lì costruisco un percorso che alterna analisi quantitativa e approfondimento qualitativo.
C’è una prima scrematura quantitativa che mi serve a isolare i prodotti più coerenti con l’asset class: performance corrette per il rischio, consistenza dei risultati, costi, comportamento nei diversi regimi di mercato.
A questo punto entra in gioco la parte narrativa del fondo: la storia che lo caratterizza, la filosofia che guida le scelte, la qualità della documentazione e la trasparenza del processo. Solo quando qualità del processo, coerenza dell’approccio e sostenibilità dei risultati si allineano, il fondo viene selezionato.
E se nel tempo emergono soluzioni migliori, più solide o più adatte al portafoglio, non esito a sostituirle. La disciplina, più che la fedeltà, è ciò che tutela davvero l’investimento
La selezione dei fondi è solo una parte del mio lavoro, e proprio per questo mi avvalgo di un team specializzato, con un’esperienza media di molti anni nel settore. Non potrei fare quello che faccio senza un confronto costante con loro.
Nella squadra ci sono due figure chiave: una è dedicata all’analisi macroeconomica, alla lettura dei cicli e alla comprensione delle dinamiche globali; l’altra traduce queste idee in strumenti finanziari concreti, valutando soluzioni e strutture da implementare nelle linee di gestione.
Entrambe fanno parte del più ampio servizio di Wealth Management, un contesto che permette di integrare in modo naturale visione strategica, operatività e controllo del rischio.
Nel mio lavoro l’organizzazione dell’informazione è fondamentale, perché ogni decisione nasce dall’incrocio di fonti molto diverse tra loro. Per questo utilizzo una struttura a più livelli, che mi permette di dare un ordine a un flusso che altrimenti sarebbe ingestibile.
Da un lato c’è l’informazione più “strutturata”: database, KPI, modelli proprietari, indicatori che consentono di leggere rapidamente il quadro quantitativo.
Poi c’è la parte qualitativa — note delle riunioni, documentazione delle case di gestione, report interni, analisi dei rischi — che richiede un tipo di attenzione più interpretativa.
Infine, c’è l’informazione di contesto: ricerca macro, tendenze settoriali, sentiment, flussi. È il materiale che aiuta a capire perché le cose accadono e quali narrative stanno guidando i mercati.
La vera sfida è integrare tutto in un unico framework coerente, senza farsi travolgere dal rumore. Oggi la disciplina nel filtrare e dare priorità è quasi più importante della quantità di dati a disposizione.
Per me la parte davvero decisiva è sempre quella qualitativa. I numeri raccontano il passato, ma sono le persone a spiegarti il futuro di un fondo. Tanta di questa comprensione nasce dal dialogo con i sales delle case di gestione, che rappresentano la lente attraverso cui leggere il processo d’investimento.
Gli incontri con loro non sono semplici presentazioni commerciali: aiutano a ricostruire la storia del fondo, a capire come il gruppo prende le decisioni, quali logiche guidano l’allocazione del rischio, quali cambiamenti organizzativi sono in corso e cosa distingue davvero quella strategia dal mercato.
E quando serve un approfondimento ulteriore, sono proprio loro a facilitare l’accesso al gestore.
Da questi dialoghi emergono segnali che non compaiono in nessun KPI: la stabilità della struttura, la coerenza tra dichiarato e agito, la disciplina nel seguire il processo. È in queste sfumature che capisci se un approccio è davvero replicabile o se le performance passate sono state solo frutto di un contesto favorevole.
Le sfide più importanti degli ultimi anni sono arrivate da due fronti molto diversi. Da un lato l’avvento degli ETF come concorrenti dei fondi tradizionali: strumenti efficienti, trasparenti e spesso più economici, che hanno innalzato l’asticella delle aspettative e reso fondamentale il valore aggiunto della gestione attiva.
Dall’altro la crescente centralità della sostenibilità. Integrare le nuove esigenze ESG senza compromettere la qualità dei portafogli significa affiancare nuove metriche, vincoli e analisi, ma evitando che la sostenibilità diventi un’etichetta formale o un freno operativo.
Trovare l’equilibrio tra performance e responsabilità è stata — e continua a essere — una delle sfide più stimolanti del mio lavoro.
Fuori dal lavoro amo dedicarmi a ciò che mi tiene con i piedi per terra. Il calcio è una delle mie passioni, soprattutto quello praticato dai miei figli: seguirli e vederli crescere anche attraverso lo sport è una grande fonte di energia.
Mi interessa anche l’arte — e vivere vicino a Firenze rende questa passione quasi inevitabile.
Appena posso, cerco la natura. È il mio modo per staccare davvero, ricaricare le idee e mantenere uno sguardo lucido sulle cose.