
Aggiornato:
5 MAG, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

La grande trasformazione del patrimonio è già in corso. Nei prossimi 25 anni, circa 70.000 miliardi di dollari cambieranno mani tra generazioni a livello globale, e i family office sono diventati il principale strumento con cui le famiglie più ricche del mondo si preparano a gestire questa transizione. Il settore ha registrato una crescita del 75% in due anni, con un patrimonio aggregato stimato oggi a 518 miliardi di dollari, secondo il J.P. Morgan Global Family Office Report 2026, basato su 333 single family office intervistati in 30 paesi tra maggio e luglio 2025.
Ma crescita non significa maturità. L'86% di queste strutture non ha un piano di successione formale per i propri decision maker. Il 68% non ha un family council. E il settore italiano è ancora per il 46% in mano alla prima generazione, secondo l'Osservatorio Family Office del Politecnico di Milano 2025. Si tratta, quindi di un settore che accelera, ma che porta con sé fragilità strutturali che nessuna performance di portafoglio è in grado di risolvere da sola
La geopolitica è il rischio numero uno per i family office globali. Uno su cinque (20%) la cita come minaccia principale al portafoglio, distanziando nettamente qualsiasi altra categoria, secondo il J.P. Morgan Global Family Office Report 2026, basato su 333 single family office intervistati in 30 paesi tra maggio e luglio 2025.
L'inflazione segue a ruota: quasi il 60% dei partecipanti la include nella propria top five dei rischi. Non si tratta di un'eredità congiunturale del post-pandemia, ma di un cambiamento strutturale. Secondo J.P. Morgan, siamo entrati in un'era in cui l'inflazione è destinata a essere più volatile rispetto ai trend pre-pandemici e più soggetta a shock al rialzo, una minaccia persistente al potere d'acquisto e alla preservazione del patrimonio nel lungo periodo.
La geografia incide in modo significativo sulla percezione del rischio. Gli office internazionali europei, latinoamericani e asiatici percepiscono la geopolitica come minaccia primaria in misura molto più marcata rispetto agli americani: il 74% la include nella top five, contro il 57% dei colleghi statunitensi, che si concentrano maggiormente su tassi d'interesse (64%) e inflazione (61%). La ragione è strutturale: gli office internazionali sono più esposti ai flussi di capitale transfrontalieri e all'instabilità politica regionale, e lo sanno.
La percezione del rischio si traduce direttamente in scelte di portafoglio. Chi identifica l'inflazione come rischio primario alloca quasi il 60% in investimenti alternativi, circa 22 punti percentuali in più rispetto alla media globale. Questi office hanno inoltre doppia esposizione al real estate (16,3% contro 7,4% della media) e doppia esposizione agli hedge fund (9% contro 4,7%), sempre secondo il J.P. Morgan Global Family Office Report 2026.
Chi teme invece la geopolitica adotta una postura difensiva diversa: raddoppia l'allocazione all'oro (2% contro 0,9% della media) e aumenta il fixed income di circa 5 punti percentuali (19,6% contro 14,8%).
Il portafoglio medio di un family office globale nel 2026 è largamente orientato al rischio. Equity pubblica (38,4%) e investimenti privati (30,8%) assorbono insieme oltre due terzi degli asset totali. Il fixed income si ferma al 14,8%, la liquidità all'7,8%. Il patrimonio netto medio dei partecipanti alla survey J.P. Morgan è di 1,6 miliardi di dollari, con asset sotto supervisione medi di 1,16 miliardi. È un universo che si sta progressivamente avvicinando al modello degli investitori istituzionali: orizzonti lunghi, appetito per il rischio elevato, accesso privilegiato ai mercati privati.
Esistono però differenze regionali rilevanti. Gli office statunitensi sono significativamente più aggressivi: allocano in media il 34,3% in investimenti privati contro il 25,6% degli internazionali, e solo il 10,7% in fixed income contro il 20,8%. Un divario di quasi 10 punti sul private che riflette differenze strutturali in termini di fiscalità, propensione al rischio e accesso ai mercati, secondo J.P. Morgan.
Il private equity è la classe di investimento del momento. Il 37% dei family office globali prevede di aumentare la propria allocazione nei prossimi 12-18 mesi, la percentuale più alta tra tutte le asset class monitorate dal rapporto di J.P.Morgan. Il dato più eloquente è però un altro: 2,5 volte più office stanno aumentando l'esposizione al private rispetto a quanti la stanno riducendo. Non è un aggiustamento tattico: è una tendenza strutturale.
Chi punta a rendimenti superiori all'11% annuo (un terzo del campione J.P. Morgan) alloca in media oltre il 40% in mercati privati, con una concentrazione particolare sugli investimenti diretti di controllo. I fondi drawdown restano il veicolo di accesso dominante, utilizzati dal 67% degli office globali, con il 35% che vi dedica oltre la metà dell'intera allocazione al private.
Tra le asset class su cui i family office globali prevedono di aumentare l'esposizione nei prossimi 12-18 mesi, le equity europee e del Regno Unito si collocano al secondo posto, citate dal 33% degli intervistati a livello globale e dal 34% degli office internazionali, secondo J.P. Morgan. L'interesse è guidato da temi specifici: sicurezza e difesa, energia, infrastrutture — settori che beneficiano direttamente del nuovo contesto geopolitico e degli investimenti pubblici europei.
Sul fronte obbligazionario, gli office internazionali mantengono un'esposizione quasi doppia rispetto agli americani (20,8% vs 10,7%). Una scelta che riflette una maggiore avversione al rischio e, in molti casi, esigenze di liquidità e pianificazione patrimoniale più conservative.
Il real estate si conferma al terzo posto tra le asset class su cui si prevede di aumentare l'esposizione a livello globale (30%), trainato soprattutto dagli office statunitensi (35%), secondo il J.P. Morgan Global Family Office Report 2026. Per chi teme l'inflazione, il real estate non è un'opzione ma una necessità: questi office vi allocano il 16,3% del portafoglio, contro il 7,4% della media.
Gli hedge fund restano invece sottoutilizzati: 4,7% di allocazione media globale, nonostante la volatilità dei mercati e l'elevata correlazione tra equity e bond che ne renderebbe utile il contributo diversificativo. Il 51% dei family office non ha alcuna esposizione a questa asset class.
Sul fronte tematico, il 65% dei family office globali identifica l'intelligenza artificiale come priorità di investimento presente o futura, collocandola al primo posto tra tutti i temi monitorati. Seguono healthcare innovation (50%) e infrastrutture (41%). Il paradosso è però evidente: il 57% degli office non ha alcuna esposizione a growth equity o venture capital, proprio le strutture dove si concentra l'innovazione applicativa dell'AI. Un gap tra intenzioni e allocazioni reali che J.P. Morgan segnala esplicitamente come un'anomalia strategica.
Al 1° giugno 2025, l'Osservatorio Family Office del Politecnico di Milano censisce 244 family office attivi in Italia, con una crescita del 10,4% rispetto all'anno precedente. La struttura del mercato è tripartita: 126 single family office (SFO), 96 multi-family office (MFO) e 22 strutture di origine bancaria. Nello stesso periodo, 8 strutture hanno cessato l'attività per liquidazione o acquisizione.
La concentrazione geografica è estrema. Oltre il 90% degli SFO ha sede nel Nord Italia. La Lombardia da sola rappresenta il 48% del totale nazionale con 61 strutture, seguita da Veneto (17), Piemonte (12) ed Emilia-Romagna (9). Milano e il suo ecosistema di servizi finanziari, legali e fiscali di alta gamma restano il baricentro indiscusso del settore.
Il DNA industriale del mercato è altrettanto chiaro. I settori di origine dei family business da cui derivano gli SFO italiani sono dominati dalla manifattura: industria dei materiali e meccanica/impiantistica coprono insieme oltre il 33% dei casi. Seguono agricoltura, alimentare e bevande (12%) e servizi finanziari e bancari (8%). È il riflesso diretto della struttura del capitalismo familiare italiano: imprenditori che hanno costruito patrimoni nell'industria reale e ora cercano strutture dedicate per gestirli e trasmetterli.
La dimensione operativa media è contenuta: 9 professionisti per SFO, un modello snello focalizzato sulle funzioni core con ampio ricorso a partner esterni per le attività specialistiche fiscali, legali, di compliance.
Confrontando il profilo degli SFO italiani con il benchmark internazionale del J.P. Morgan Global Family Office Report 2026, emergono quattro gap strutturali che definiscono lo stadio di maturità del settore.
Il primo è generazionale. Il 46% del patrimonio gestito dagli SFO italiani è ancora in mano alla prima generazione, quella fondatrice, mentre solo il 21% è passato alla terza, secondo l'Osservatorio del Politecnico di Milano 2025. Il passaggio generazionale è largamente incompiuto, e con esso rimangono irrisolte le questioni di governance, successione e trasmissione dei valori che nei family office più maturi sono già affrontate con strutture formali. A livello globale, l'86% degli office non ha piani di successione chiari per i propri decision maker, secondo J.P. Morgan, ma almeno ne riconosce il rischio: il 51% lo classifica tra le minacce principali alla continuità operativa.
Il secondo gap riguarda la collaborazione. Solo il 40% degli SFO italiani dichiara di collaborare con altre strutture simili, quasi esclusivamente tramite club deal e partnership di investimento (81% dei casi), secondo l'Osservatorio Polimi. Il restante 60% opera in isolamento, per ragioni di riservatezza e autonomia operativa. È una chiusura che ha un costo concreto: limita l'accesso a opportunità di co-investimento, riduce il potere negoziale e ostacola economie di scala che strutture più grandi e collaborative sfruttano sistematicamente.
Il terzo gap è di governance. L'obiettivo primario dichiarato dagli SFO italiani è il monitoraggio e controllo del patrimonio (42%), seguito dalla diversificazione (25%). Coesione familiare, legacy e fiscalità restano obiettivi secondari, secondo l'Osservatorio Polimi. A livello globale, invece, l'83% dei family office ha già strutture di governance formali — investment committee, investment policy statement, board of directors — e il 57% identifica la preservazione di valori, governance e legacy come priorità strategica primaria, secondo J.P. Morgan. Il divario non è solo operativo: è culturale.
Il quarto gap è sull'asset allocation. Il portafoglio degli SFO italiani si sta evolvendo — con una crescente apertura verso private equity, venture capital e co-investimenti — ma parte da una base più conservativa rispetto al benchmark internazionale. A livello globale, gli investimenti privati assorbono in media il 30,8% del portafoglio, con gli office più ambiziosi che superano il 40%, secondo J.P. Morgan. In Italia, la componente liquida e il real estate mantengono ancora un peso significativo, riflesso di una cultura finanziaria in fase di maturazione e di una dimensione patrimoniale media inferiore a quella dei grandi office anglosassoni o statunitensi.