
6 OTT, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

Le criptovalute non sono più una scommessa di nicchia per gli investitori facoltosi italiani. Secondo il 2026 Affluent Investor Crypto Report di CoinShares, pubblicato il 5 ottobre, il 58% degli HNWI italiani detiene asset digitali: una quota inferiore a quella degli altri grandi mercati analizzati, ma comunque maggioritaria.
Il dato più rilevante per l'industria riguarda però il canale. Il 40% degli investitori italiani detiene la maggior parte delle proprie cripto tramite il wealth manager, contro il 27% della media europea: un segnale che sposta la partita dalla piattaforma di trading alla relazione di consulenza.
L'indagine, condotta online tra l'11 maggio e il 5 giugno 2026, ha coinvolto 2.230 investitori in sette mercati: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Svizzera e Svezia. Il campione italiano conta 304 intervistati, divisi in parti uguali tra chi dispone di almeno 1 milione di dollari di patrimonio investibile e chi si colloca tra 500.000 e 999.999 dollari.
L'Italia è, insieme alla Svezia (54%), il mercato con la diffusione più bassa. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania e in Svizzera la quota si attesta intorno al 70%, in Francia al 66%. Secondo CoinShares, il divario riflette un orientamento di lungo periodo più spostato sull'azionario: il 33% degli italiani mette le azioni al primo posto per rendimento atteso, contro il 29% che indica le cripto.

La distanza, tuttavia, è di soli 4 punti e la fiducia di fondo resta elevata. Il 78% ritiene che Bitcoin avrà un ruolo significativo nel futuro sistema finanziario globale e il 73% si dichiara a proprio agio con il rischio degli asset digitali, poco sotto la media dei sette mercati (76%).
Nemmeno il crollo di febbraio 2026, il più ampio da diversi anni, ha prodotto una fuga: il 41% degli italiani si è detto più propenso a investire, contro il 30% meno propenso. Il saldo netto (+11 punti) è il più basso dopo quello svedese (+7). Tra chi già investe, l'85% prevede di aumentare l'esposizione nel corso del 2026.
Il tratto distintivo del mercato italiano è il ruolo dell'intermediario. Il 56% degli investitori italiani in asset digitali è già seguito da un wealth manager che include le cripto nel portafoglio, una quota pari a quella britannica e inferiore solo a quella statunitense (60%). Il 40% detiene la maggior parte delle cripto tramite il proprio wealth manager, contro il 27% della media europea.
Tra chi lavora con un consulente, il wealth manager è la prima fonte di influenza sulle decisioni d'investimento in cripto per il 44% degli italiani, mentre social media e community online restano su percentuali a una cifra (2% e 6%). Il consulente è anche la fonte d'informazione considerata più affidabile (50%), davanti ai media finanziari tradizionali (43%).
La relazione non è però priva di attriti. Il 34% degli investitori seguiti ritiene il proprio consulente troppo prudente sugli asset digitali, e il 22% indica l'assenza di certificazioni o di formazione specifica come un fattore che riduce la fiducia, contro il 15% della media europea.
Il potenziale di crescita resta ampio. Il 73% degli intervistati italiani vorrebbe la guida di un wealth manager con competenze in cripto: il 40% lo cercherebbe attivamente, il 33% a condizione che offra servizi d'investimento diretti. Tra gli HNWI con oltre 1 milione di dollari che oggi non investono in cripto, l'85% sarebbe disposto a iniziare affiancato da un wealth manager, contro il 67% della media europea.
Le aspettative sono concrete: valutazione del rischio e della volatilità (50%), allocazione personalizzata (47%), fiscalità e reporting (40%), supporto alla compliance (36%) e accesso a veicoli istituzionali (35%). Un elenco che descrive un servizio di consulenza vero e proprio, più che un'attività di educazione finanziaria.
CoinShares definisce gli HNWI italiani "discerning diversifiers", diversificatori selettivi. Le motivazioni strategiche (crescita del capitale nel lungo periodo e diversificazione) sono la ragione principale d'investimento per il 48%, contro il 15% della speculazione e il 13% della copertura. La sola diversificazione di portafoglio pesa il 35%, contro il 19% della media europea.
Coerente con questo profilo, l'uso delle cripto come copertura dalle tensioni geopolitiche è più tiepido che altrove. Solo il 45% degli italiani si dice più propenso a investire a causa delle tensioni tra Stati Uniti ed Europa, il dato più basso tra i mercati europei, contro il 66% della Germania e il 62% della Francia.
Il 2026 è stato un anno di svolta anche sul piano normativo. Dal 1° gennaio l'aliquota sulle plusvalenze da cripto-attività è salita dal 26% al 33%, con l'eccezione delle stablecoin denominate in euro, rimaste al 26%. Secondo l'indagine, l'aumento rende meno propenso a investire il 27% degli intervistati italiani: il 17% in parte, il 10% in misura significativa.
L'effetto è più che compensato dalla maggiore attenzione delle autorità. Il 59% si dice più propenso a investire dopo la revisione approfondita delle tutele sugli investimenti in asset digitali avviata dal Ministero dell'Economia nel dicembre 2025. Più in generale, l'81% degli HNWI italiani è favorevole a una maggiore regolamentazione del mercato cripto, sopra la media dei sette mercati (79%).