26 GEN, 2026

Il 2026 si apre in un contesto finanziario complesso, segnato da mercati maturi, politiche monetarie più prevedibili e nuove fonti di volatilità. In questo scenario, individuare i fondi più adatti richiede un approccio selettivo e consapevole, capace di bilanciare rendimento e rischio.
Nella sezione speciale della nostra rivista di gennaio 2026, i fund selector analizzano i fondi di investimento e le strategie che potrebbero offrire le migliori opportunità per affrontare l’anno 2026 con una visione di lungo periodo.
Oggi vediamo le opinioni di Davide Raimondo, Federica Nicolini e Alessandro Greppi.

In un contesto finanziario in continua evoluzione, inseguire il “miglior fondo” rischia di essere non solo sterile, ma anche fuorviante. Per il 2026, la domanda chiave, a mio avviso, non è quale singolo prodotto acquistare, bensì quali fattori guideranno i rendimenti reali nei prossimi mesi.
Il nuovo anno si apre con uno scenario che invita a guardare avanti con fiducia: l’inflazione, dopo aver messo alla prova famiglie e imprese, è in fase di rientro, mentre le banche centrali si avviano verso politiche monetarie più stabili.
Gli ultimi anni in particolare ci hanno insegnato che la volatilità non è un’anomalia passeggera o un’eccezione, ma una caratteristica strutturale dei mercati moderni con cui dobbiamo convivere. Per questo, la strategia vincente non è puntare su una singola scommessa, ma costruire portafogli diversificati e resilienti, capaci di trasformare le sfide in opportunità, che riescano a combinare crescita e protezione.
Le azioni continueranno a essere protagoniste nel lungo periodo, soprattutto nei settori che guidano la trasformazione globale quali tecnologia, transizione energetica e digitalizzazione. L’innovazione, dall’intelligenza artificiale alle energie rinnovabili, sarà il motore della crescita, pur con inevitabili correzioni legate alla normale volatilità tipica di questa asset class. Il 2026 potrebbe segnare anche un ritorno alla qualità rispetto alla crescita a tutti i costi. I fondi da monitorare saranno quelli che privilegiano aziende solide, con bilanci robusti, flussi di cassa ricorrenti e basso indebitamento. Un buon equilibrio quindi tra crescita e protezione, innovazione e solidità.
Accanto all’azionario, il reddito fisso torna a ricoprire un ruolo centrale. Dopo il marcato repricing inflativo, torna infatti a svolgere il suo ruolo naturale offrendo stabilità e rendimento allo stesso tempo. La ridotta volatilità e l’emergere di rendimenti reali positivi costituiscono una buona base sulla quale costruire i portafogli bilanciati. I fondi obbligazionari più interessanti saranno quelli capaci di gestire la duration in modo dinamico, privilegiando il credito investment grade di alta qualità e, in misura selettiva, i titoli di stato di Paesi con fondamentali economici solidi.
Infine, per gestire il rischio geopolitico e macroeconomico, l'oro è destinato a ricoprire ancora un ruolo di rilievo, sostenuto anche dalla forte domanda delle banche centrali.
In definitiva, in un panorama finanziario che premia la flessibilità, la vera eccellenza non risiede nella ricerca del “miglior fondo”, ma nella capacità di costruire una strategia d'investimento bilanciata e dinamica, dove l'attenta selezione di asset e la gestione attiva del rischio trasformano la cautela in rendimento, consentendo di affrontare il 2026 con il dovuto equilibrio strategico.

Il 2026 si apre con uno scenario macroeconomico complessivamente favorevole agli asset rischiosi. La crescita globale è attesa in moderato rallentamento, ma con rischi di recessione contenuti e politiche monetarie e fiscali più accomodanti rispetto agli anni precedenti. Questi fattori dovrebbero continuare a sostenere le performance dei mercati azionari, pur in un contesto che richiede attenzione alla gestione del rischio.
Nonostante il quadro positivo, emergono alcune sfide. Gli indici azionari globali mostrano una forte concentrazione su poche società tecnologiche statunitensi, spinte dal tema dell’intelligenza artificiale e da valutazioni elevate. Questo aumenta il rischio di dipendenza da un numero ristretto di titoli e rende necessaria una maggiore diversificazione, sia geografica sia per capitalizzazione di mercato.
Negli ultimi anni, gli investimenti passivi e le strategie sistematiche a basso tracking error hanno sovraperformato le gestioni attive, attirando ingenti flussi. Tuttavia, stiamo assistendo a un ritorno di interesse verso gestori fondamentali capaci di generare alpha, soprattutto nel segmento delle small e mid cap europee e globali. In questo contesto, riteniamo che le strategie attive possano tornare a svolgere un ruolo chiave, migliorando il profilo di rendimento dei portafogli e riducendo il rischio di concentrazione sul solo tema tecnologico.
La diversificazione geografica rimane un altro pilastro per ridurre il rischio concentrazione: aumentare l’esposizione verso Europa e Paesi Emergenti è una scelta strategica per bilanciare il peso del mercato americano negli indici globali. Per l’Europa, oltre agli strumenti passivi tradizionali e agli ETF smart beta, segnaliamo l’interesse verso fondi attivi di qualità, come le strategie di Eleva Capital.
Oltre al fondo azionario Europa long only, meritano attenzione le strategie long/short equity:
In un contesto macroeconomico tendenzialmente positivo, riteniamo che anche il credito possa offrire rendimenti interessanti nel nuovo anno. Gli spread, tuttavia, hanno raggiunto livelli storicamente bassi: selettività e gestione attiva diventano fondamentali per mitigare il rischio di default e ridurre i drawdown in eventuali fasi di risk-off. In quest’ambito preferiamo le strategie obbligazionarie di Man Group, in particolare:
Sono tutte strategie altamente attive e unconstrained rispetto ai benchmark, capaci di generare alpha grazie alla selezione di emissioni più piccole e meno seguite. Questa caratteristica offre opportunità di rendimento superiori, ma richiede una ponderazione adeguata per il maggiore rischio di illiquidità.
In sintesi, il 2026 si prospetta come un anno di opportunità, ma anche di sfide legate alla concentrazione dei mercati e alla gestione della volatilità. Diversificazione, selezione attiva e integrazione di strategie flessibili saranno le chiavi per costruire portafogli resilienti e orientati alla crescita.

L’intelligenza artificiale non è più un semplice tema di mercato, ma è diventata il fattore macroeconomico centrale che modellerà l’universo degli investimenti nel 2026. La spinta degli hyperscaler, con spese in infrastrutture che si misurano in centinaia di miliardi, genera domanda per chip, data center, energia e materie prime e crea un effetto moltiplicatore che attraversa settori tradizionali come sanità, industria e difesa. Le valutazioni dei campioni tecnologici appaiono elevate, ma non del tutto scollegate dai fondamentali; i leader dell’AI sono spesso società profittevoli e cash-generative, eppure la narrativa è molto avanti rispetto alla certezza degli utili futuri. Questa dinamica impone selettività: non è una bolla scontata, ma nemmeno un viaggio senza ostacoli.
Il primo compito per un investitore istituzionale è ampliare l’orizzonte dell’esposizione all’AI, andando oltre i pochi nomi iconici e includendo gli enabler (fornitori di semiconduttori e sistemi di interconnessione) e gli adopters che integrano l’AI per migliorare produttività e marginalità; in questo modo si coglie valore reale e si riduce il rischio di concentrazione. Sul fronte del credito, il boom di capex ha creato nuova offerta obbligazionaria e opportunità nel private credit; è necessario un approccio attivo e selettivo per evitare titoli sovraesposti e identificare emissioni con fondamentali solidi. L’impatto sull’energia è profondo: il fabbisogno elettrico dei data center sta spingendo governi e imprese a ripensare reti, centrali e permessi, e la capacità di assicurare energia affidabile diventerà un vantaggio competitivo cruciale; chi garantisce la “potenza” avrà voce sul passo dell’AI. Le materie prime critiche, dalle terre rare al rame, entrano in ogni catena del valore AI e trasformano la geopolitica economica; diversificare l’esposizione geografica e seguire le supply chain è indispensabile.
Sul piano valutario, la concentrazione di profitti e investimenti negli Stati Uniti sostiene il dollaro, ma la diffusione dell’AI nel resto del mondo apre opportunità in mercati asiatici selezionati e in Europa, dove l’intervento pubblico può sostenere la ripresa; non bisogna pensare a “tutto dentro” o “tutto fuori”, bensì a una rotazione intelligente. Gli asset alternativi offrono una via per partecipare all’industrializzazione dell’AI in modo meno correlato ai mercati pubblici: infrastrutture, private equity e investimenti in energia possono offrire yield e alfa tematico. Infine, il rischio più concreto resta che la narrativa superi la concretezza degli utili; una delusione negli earnings o problemi di finanziamento e approvvigionamento energetico potrebbero provocare volatilità elevata. Gestione del rischio, selettività e diversificazione rimangono gli strumenti migliori per cavalcare la rivoluzione AI senza subirne gli effetti.
In sintesi, l’AI è la lente attraverso cui valutare allocazione, credito, energia e supply chain; costruire portafogli che bilancino esposizione a enabler e adopters, protezione dai colli di bottiglia energetici e accesso a strategie alternative è la risposta per navigare un 2026 ancora decisamente AI-driven.