
20 OTT, 2026
Di Teresa M. Blesa di RankiaPro

I gestori di asset alternativi europei (private equity, private debt, infrastrutture) mantengono margini più alti dei gestori tradizionali, ma la pressione non si allenta. Lo certifica S&P Global Ratings nel report Slow Exits Are Redrawing Europe's Alternative Asset Management Map (7 settembre 2026): il settore è in bilico tra fee compression, costi regolamentari e necessità di scala.
Questa pressione sui margini ridisegna l'offerta: i gestori con più scala assorbono i costi di compliance e trasparenza, quelli sotto i 15 miliardi di euro di AUM faticano a mantenere redditività comparabile. La soglia dimensionale diventa un indicatore di sostenibilità commerciale, non solo di rischio di credito.
Il rapporto osserva che i gestori alternativi non sono immuni alla pressione sui margini, anche se finora hanno retto meglio dei gestori di asset tradizionali. Nel decennio precedente il settore ha beneficiato di tassi bassi; oggi il potere negoziale è passato agli investitori istituzionali (LP). Pur restando più redditizi dei gestori tradizionali, i margini sono rimasti sostanzialmente fermi negli ultimi cinque anni, come mostra l'andamento della commissione media sugli asset a pagamento tracciato da S&P Global Ratings.
Questo irrigidimento non significa stabilità garantita. La compressione delle commissioni si somma a costi di compliance, normativa e IT in aumento, due fattori che secondo S&P Global Ratings rafforzano l'importanza della scala per generare ricavi sostenibili e prevedibili nel tempo.
La composizione dei ricavi aiuta a capire perché i margini restino relativamente stabili rispetto ad altri segmenti della gestione del risparmio. Secondo S&P Global Ratings, le commissioni di gestione generano l'80%-90% dei ricavi del settore degli alternativi; il carried interest e le performance fee coprono solo il 10%-20% restante. È una struttura che rende il business più prevedibile, ma anche più esposto quando la pressione sui prezzi colpisce la componente ricorrente.
| Indicatore | Dato | Nota |
|---|---|---|
| Quota delle commissioni di gestione sui ricavi del settore | 80%-90% | Componente ricorrente e prevedibile |
| Quota di carried interest e performance fee sui ricavi | 10%-20% | Componente variabile, legata ai rendimenti |
| Capital commitment richiesto ai gestori (skin in the game) | 2%-4% dell'AUM | Storicamente 1%-2% |
| Soglia dimensionale di riferimento | 15 miliardi di euro di AUM | Sopra: consolidamento; sotto: pressione crescente |
| Calo di ricavi in uno scenario di stress estremo legato all'IA | circa 25% | Ipotesi S&P per un gestore con il 30% di AUM in software |
Due forze spingono nella stessa direzione. La prima è la trasparenza: iniziative come il Quarterly Reporting Standards dell'Institutional Limited Partners Association stanno uniformando la comunicazione delle commissioni ai LP, un passo che nel tempo tende a comprimerle. La seconda è il costo crescente di compliance, normativa e tecnologia, che pesa proporzionalmente di più sui gestori piccoli.
Chi non raggiunge una scala sufficiente rischia di assorbire questi costi senza poterli ribaltare sui clienti, un vincolo che secondo S&P Global Ratings spiega perché le operazioni di fusione e acquisizione restino centrali nella prossima fase del ciclo di mercato. Ne abbiamo parlato nell'analisi sul rating creditizio dei gestori di private equity europei, un riferimento utile in fase di due diligence.
S&P Global Ratings ha costruito uno scenario ipotetico per misurare l'impatto della volatilità legata all'intelligenza artificiale sulle valutazioni delle società software in portafoglio. Nell'esercizio, un gestore con il 30% dell'AUM esposto al software e una perdita del 50% del valore contabile in un anno vedrebbe i rendimenti del fondo scendere sotto la soglia dell'8% che attiva il carried interest.
In quello scenario estremo, le performance fee si azzererebbero e i ricavi totali del gestore più concentrato calerebbero di circa il 25%. S&P Global Ratings precisa che si tratta di un'ipotesi di stress, non di una previsione, e che il colpo sarebbe attutito dal calo parallelo dei costi del personale legati alla performance.
Per S&P Global Ratings, i gestori europei di maggiori dimensioni restano i meglio posizionati: diversificazione, accesso ai mercati azionari e leva moderata permettono loro di finanziare ulteriori acquisizioni. La stessa difficoltà a disinvestire che abbiamo descritto nell'articolo sul DPI del private equity europeo spiega perché il capitale resti bloccato nelle vecchie annate e perché la raccolta premi i gestori più grandi.
Il principio vale anche in Italia, dove il mercato della gestione patrimoniale è già tra i più concentrati d'Europa: l'86% degli asset è nelle mani dei primi cinque gestori, come abbiamo mostrato confrontando la concentrazione nei principali paesi europei. La stessa logica di scala che S&P Global Ratings applica agli alternativi vale, con intensità diversa, anche per i gestori tradizionali italiani.